La qualità di sognare

October 3, 2008 on 8:46 am | Scritto da Simone Cossu nella sezione La qualità di sognare, Racconti | No Comments

Non si può dire non si impegnasse, però un sognatore resta un sognatore. Il suo ruolo, il suo istinto, erano strumenti dimenticati in un cassetto del suo cervello. Mentre fissava, in posa di caccia, puntando gli odori delle prede, pronto a scattare insieme ai colleghi, al bracco Stukas succedeva spesso e volentieri di cogliere fragranze di fiori e profumi di selva. Chiudeva sempre gli occhi in quel momento, iniziava a viaggiare e a perdersi. Intorno smetteva di esistere il lavoro per cui era stato addestrato, ma dentro iniziava ad esistere per quello che era nato, lontano dai suoi simili. Un difficile dualismo luminoso e morbido, fatto di cuscini in piume d’oca in cui lanciarsi e lasciarsi affondare, in cui dimenticare tutti, vivere distante, aspettare solo un brusco risveglio.

E poi d’improvviso ripiombava il mondo vero. Lo sparo, i fischi, gli abbai intorno a lui. Tutti correvano e nell’agitazione finivano per dimenticarsi di Stukas, fermo ancora in posa, gli occhi chiusi un filo di bava al lato. Non dormiva, ma non sentiva, se non come qualcosa di lontanissimo, l’impulso dell’azione. Paralizzato, sentiva dentro di se, in parallelo, sia il senso di responsabilità canino di recuperare le prede, sia il mondo dei colori che lo teneva incollato, ipnotizzato. Era un cane fortunato, lavorava in una squadra di molti animali che nei fine settimana accompagnavano il gruppo piuttosto numeroso di amici cacciatori. Queste sue sempre più frequenti assenze non venivano notate nelle concitate azioni. Si sapeva tra i cacciatori che non era un gran cane, ma nessuno si era accorto che era del tutto inutile.

Non poche volte era uscito da un viaggio attraverso i suoi sobbalzanti pensieri, trovandosi poi una delle presunte prede quietamente appollaiata sulla sua testa, che delicatamente con il becco puliva il pelo da qualche insetto, cibandosi senza provare nessuna paura del presunto nemico. I cacciatori non si accorgevano di lui, ma i cacciati percepivano appieno la sua natura pacifica. E ancora peggio, la cosa non lo infastidiva, non scattava d’ira, non li aggrediva appena cosciente, si limitava ad uno sbuffo, ad un controllo dei dintorni affinché non fosse colto in flagrante delitto, quindi ad un sgrullatina per comunicare all’ospite che comunque era l’ora di sloggiare.

Così procedeva la vita di un bracco senza qualità. E così sarebbe potuta proseguire se la sua tendenza non lo avesse portato a peggioramenti continui, se la fuga dal suo mondo non fosse diventata una pratica di sempre maggiore presa sul suo tempo. Inizialmente gli era successo di perdersi nei sogni e nella natura solo durante alcune notti, dopo le poche ore di sonno di cui necessitava, mentre all’esterno, nell’ampio cortile cintato della casa di campagna in cui abitava, nella quiete del buio, gironzolava sotto il cielo gonfio di stelle. Alzava il muso, fissava le luci dallo spazio profondo, dopo pochi secondi era lontano, la mascella semi spalancata, la lingua morta e appesa su un lato della bocca, il tartufo e le orecchie restavano gli unici sensi attivi ad arricchire l’esperienza di profumi e piccoli suoni notturni.

Ma dopo qualche mese quello stato catatonico lo iniziò a colpire anche di giorno, magari nelle ore calde, dopo aver mangiato la sua razione. Appoggiava la testa sulle zampe e fissava per ore un particolare, contemplandolo senza domande e senza motivi. Vivendo della sua osservazione, incantato. Sembrava fosse perennemente a riposo, ma al contrario l’attività dei sogni lo spossava, non gli faceva recuperare nessuna energia. Era lì e il  mondo intorno si modificava senza bisogno di lui.

Purtroppo non si riesce sempre ad essere invisibili dalle attese che chi ci circonda ha su di noi. A peggiorare il suo stato arrivò, povero Stukas, il giorno in cui un padrone si accorse del suo scarso rendimento e in un risveglio si trovò all’improvviso circondato da dodici lunghe zampe di uomini, strette intorno a lui come le sbarre di una gabbia. Sentiva i loro versi senza capirne ovviamente i contenuti, ma ben conscio che il tema era il suo stato e che i sentimenti erano contrastanti: indifferenza, pena, noia, tristezza, risoluzione, nervosismo.

Lui era nutrito, pulito e curato per fare il cane, non per ammirare la natura! Si sentiva colpevole e non aveva neppure l’alibi della vecchiaia. Fece lo sguardo più caritatevole del suo repertorio e gli sembrò che la pena avesse il sopravvento sugli altri. Uno attaccò un laccio al collo e in compagnia di un altro, le sbarre si aprivano, ne restavano solo quattro, lo portò verso un’auto. Salì nell’ampio spazio dietro, saltò sopra senza molta convinzione, eseguendo le sue abitudini apprezzate dagli uomini, e il muoversi esitante gli fece gioco, sembrava davvero malato.

Camminarono per molto tempo, gli uomini restarono quasi sempre in silenzio, Stukas appoggiò il muso su un vetro laterale e infastidito dal brutto odore dell’auto fissò lo scorrere veloce dell’erba al bordo strada. Fissò e sentì l’ovatta ammassarsi nel suo cranio, sentì fischi e canti di grilli, rumori confusi e un vortice intorno. Un frenata lo fece sbattere contro il poggiatesta del sedile posteriore. Gli uomini neppure se ne accorsero. Si stese  sul fondo, rannicchiato, il muso appoggiato sulle zampe anteriori, un mosca roteante intorno al piccolo cranio.

Arrivarono da qualche parte e lo fecero scendere. Attraversarono una porta e vennero accolti da un altro uomo. Questi si abbassò verso Stukas, ne accarezzò la testa, lasciò che ne sentisse per bene l’odore, non cattivo, lo prese in braccio e lo appoggiò su un ripiano. Mentre lo esplorava, lo rigirava, puntava una piccola luce nei suoi occhi, nelle sue orecchie, lo maneggiava con fermezza, ma senza mai dimenticare di accarezzarlo e di produrre suoni dolci, rassicuranti, lui si lasciò fare tutto, come sempre. Era una bestia davvero tranquilla di indole. Dopo un pò lo lasciarono in attesa mentre i tre uomini confabulavano tra loro. Chissà che lavoro lo avrebbero messo a fare adesso. Lui aveva solo voglia di andare a caccia con gli altri, di fare felice il padrone e di lasciarsi ancora prendere da qualche fuga. Almeno di tanto in tanto. Non voleva cambiare nulla, gli stava bene così. Ora che gli avrebbero fatto?

Non lo poteva sapere, non aveva come capire. Non sentiva più pena intorno a se, solo incomprensione, indecisione. Beh? Cosa si aspettavano? Cosa cercavano? Il viaggio di ritorno fu molto diverso da quello di andata, ora i due uomini parlavano tantissimo, con toni calmi, ma senza sosta. Stukas li fissava e la tensione, l’istinto non lo lasciavano rilassare in uno dei suoi sogni felici. Arrivarono alla campagna e lo liberarono nel cortile. Di reazione Stukas corse verso la struttura in legno che forniva rifugio coperto ai 5 cani della casa. Da caccia qui erano in due.

Stukas restò molto in guardia per i giorni successivi, sempre pronto a fare le feste ai padroni, sempre attento ad ascoltare le loro sensazioni. Non capiva dopo quel viaggio se in qualche modo la sua vita fosse cambiata. E aveva tanta voglia di uscire nei boschi, di partire all’alba e poi lì, mentre gli altri erano presi dalla caccia vera, lasciarsi prendere dalla natura, lasciarsi cullare nei sogni. Il cortile gli andava stretto e i muscoli reclamavano attività. Ma per alcuni giorni non successe proprio nulla, non ci furono uscite, non ci furono cambiamenti nella monotonia della sua vita. Solo la notte era rifugio di rilassamento e occasione di dedicarsi alla sua attività sempre più amata.

Dopo i primi giorni di stress Stukas prese a tranquillizzarsi e finì per essere felice quando ci fu la prima nuova battuta di caccia, con la solita adrenalina fu caricato sulla vettura grossa aperta dietro, passarono nelle case dei molti vicini, salirono tutti gli altri cani. La squadra al completo, nove esperti segugi, o meglio otto e Stukas. Andarono nei boschi seguirono i soliti tracciati, recuperarono prede, seguirono tracce.

Stukas fece del suo meglio e solo poche volte, felice di immergersi di nuovo nei boschi, si lasciò andare alle sue fughe nei mondi lontani. Come sempre dopo qualche tempo, sentì richiami più profondi, sentì le cortecce degli alberi esprimere la loro presenza, le luci divennero morbide, i muscoli persero tensione, gli altri animali erano decorazioni del fantastico paesaggio. Ed ebbe un pensiero. Di sicuro non era accettata la sua attività, ma a quanto pareva era stato fortunato, avevano almeno deciso di tollerare il suo mestiere di sognatore. Così fu per i seguenti 5 anni di vita rimasti al particolare bracco. Li visse felice, sereno e sognando. Non si disprezzi una vita di piccole evasioni laddove il meglio offerto dal destino è rendere felice il proprio padrone.

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