Iluavi
I racconti della Luna Blu
Dialogo muto
May 4, 2008 on 9:00 pm | Scritto da Simone Cossu nella sezione Dialogo muto, Pensieri, Racconti | No Comments(dedicato ad Albert Hofmann)
Un’aspra barba ricca di grigie sfumature, capelli arruffati dell’identico colore. Pelle raggrinzita, rugosa, solida ma incisa dal tempo. Occhi sereni sotto cespugliose sopracciglia, sguardo vitreo quasi sempre lontano. Una pancia grossa, gonfia del malto di mille birre, di grasso di svariati formaggi. Un’andatura lenta, un conversare altrettanto calmo, movimenti sempre misurati. Muscoli immobili o quasi, sorrisi pochi, ma generosi. Eppure un cervello ancora spigoloso dice chi lo conosce, acuto, attento. Ecco la descrizione che presento quando mi si chiede di lui. Ormai fermo nella taverna del suo quartiere dal pranzo alla cena, consuma pasti e tiene viva la leggera sbronza come si farebbe con il fuoco di un camino. Il vino lo tiene caldo allo stesso modo. E i suoi giorni passano immobili per recuperare le forze dagli infiniti viaggi.
Radici mangiano la terra e scavano oltre le viscere del nostro mondo, bestie di ogni genere ne accompagnano il farneticante lavoro. Le vedo distorcersi, le osservo pietrificato, bloccato dalla terra intorno a me, che mi rende decorazione della sezione di pianeta disegnata. La terra dentro ogni parte di me, riempie la bocca e i polmoni. Inizio a nuotare verso la superficie e scopro tutto soffice, fino a sfondare la crosta e ad aggrapparmi ad un piccolo alberello in cima. Sto nascendo. Esco da un buco stretto, distruggo le barriere ma ho già la mia barba. Nudo guardo la natura intorno. Dopo meno di un minuto ricomincio a scavare per tornare dov’ero, ma è tardi. La terra ora è dura e i miei polmoni non sanno più respirarla. Piango.
Difficile imbastire una conversazione con lui. Trapassa con lo sguardo la tua figura di fronte, se gli rivolgi la parola ti riempie di banalità sul tempo e sulla qualità del vino. Non sta vivendo con te in quel secondo, sta esistendo dove nessuno lo può vedere, dove non si può vergognare. Ha solo 64 anni e si è distrutto il corpo di almeno altri 20. Nessuno lo giudica e lui non giudica nessuno. Paga sempre da se quello che consuma, non offre e non si lascia offrire. Non esiste modo di comunicare davvero a prima vista. Eppure io un sistema lo voglio trovare.
Mi alzo verso la porta, ero seduto a guardare la finestra e a ricordare i suoi occhi. Però le mia braccia sono composte di giunture, come quelle di un robot giocattolo, i miei movimenti sono scattosi come gli alieni di un film di fantascienza mal riuscito. Sono incapace di mantenere oggetti, sono impossibilitato a dargli ordini. Si muovono su e giù e crescono, come tentacoli, spaccando la casa e aprendo i miei occhi al deserto. Ora iniziano a scavare la sabbia e inizia a fuoriuscire petrolio che mi cosparge. Il nero dell’olio nero mi restituisce la pace cercata sommergendomi. Finalmente. Almeno per un pò.
Fa caldo qui dentro, ma anche d’inverno lascia bene in vista, con i suoi pantaloncini corti, la gamba storpiata dalla piastra di metallo saldata alla pelle. Una specie di cybergamba senza super poteri, ma ridotta così in una qualche avventura mai raccontata. le voci parlano di lamiera di un locomotore incendiato. Però ho sentito anche una versione con le caldaie esplose di una grossa nave da guerra. Uno dei mille misteri senza interesse per nessuno se non per il pettegolezzo. E forse solo il pettegolezzo ha ordinato al mio giornale di intervistare quest’uomo. A me sembra solo, disinteressato, altrove. Che fare? Proverò un gesto estremo.
Appena spalanco gli occhi vedo migliaia di colori circondarmi, li trovo triti e banali, li spengo con la cordicella dell’interruttore che fuoriesce dalla mia tempia. Ora sì va tutto bene, la luce è solo quella del sole e riempie l’enorme salone bianco con il divano in mezzo e quella donna a ginocchi sopra, con la faccia schiacciata contro i cuscini, le braccia distese ai lati. Indossa solo scarpe dai lunghi tacchi, volgari. Attende solo che io la usi come più mi aggrada. E lo farei se non ci fossero le catene, la lava nella pozza, i fumi bollenti, i geyser in esplosione e la mia mente imprigionata nella mediocrità. Meno male i giorni sono fatti di 24 ore e la ragazza potrebbe resistere ancora un pò lì in quella posizione. Magari tra un’ora è ancora lì. Magari tra un giorno è ancora lì. Magari tra un anno mi scoperò il suo scheletro. Speriamo non vada in briciole troppo in fretta. Sento i pompieri in lontananza. Arriva la cavalleria. Sono salvo. Distruggeranno la ragazza e io non farò cose stupide. Bene, posso dormire.
Mi avvicino come se lui non mi interessasse e mi siedo. Io voglio solo un’intervista, che parta dal suo animo, quello visionario che ci ha regalato la sua unica sinfonia e qualche altro concerto. La poca musica composta l’ha reso celebre ed indipendente, se no sarebbe un barbone qualunque. Gli provo a rivolgere qualche domanda un pò provocatoria sul suo passato, sulle droghe e le donne. Ho fatto molte ricerche, forse lo sblocco. Per un attimo sembra vedermi e lento si alza dalla sedia. È davvero imponente, bello. Mette un piede sulla sedia dove prima sedeva, poi l’altro aiutandosi e appoggiandosi alla mia spalla. Qualcuno dietro di me ride. Non è la prima volta che fa questa cosa, non ho svegliato nulla di nuovo. Una signora sorridendo scompare dentro uno sgabuzzino. Lui lentamente come sempre, si erge sulla sedia e si raddrizza. Poi con un veloce movimento apre la patta dei pantaloni, caccia il suo organo genitale e piscia sul tavolo e sulla mia mano appoggiata sopra il blocco note. Sono così paralizzato da non riuscire neppure a spostarmi per il ribrezzo. Ancora rabbrividisco nel ricordarmi del gesto. Rutta. Si chiude il pantalone, scende dalla sedia, la gente intorno ride e mormora, la signora esce con secchio e spazzolone. Nessuno ci dice nulla. Lui va vicino al banco, lascia del denaro, tanto, e va via. Un passo dopo l’altro raggiunge l’uscita senza fretta. Chiedo spiegazioni con mezze parole alla signora che pulisce l’urina. Lei mi da del deficiente e sento che ha ragione. Esco per andare alla mia auto. In silenzio e senza neppure lavare la mano.
I prati intorno sono indecorosi con il loro colore granata, neppure una pioggia di sangue li avesse inondati tutta la notte. Meno male che sono vicino al mare e potrò bagnarmi per non sentire il caldo. Bolle tutto intorno a me, sarà che il mio tempo è finito e il mare è il posto dove riposerò. Ma non sopporto più il caldo, non tollero più la luce. Voglio un sano freddo, un gelo immobile, una pace a partire dalla mia schiena. È lei a protestare ogni giorno di più, ogni vertebra ha un’opinione diversa da me e dalle altre. 33 pareri e io sono solo ad affrontarli. Se mi alleo con i denti saremo 33 pari. Sarà una sfida sulla spiaggia, come a Barletta: 33 vertebre su altrettanti cavalli bianchi e 32 denti più me su altrettanti muli appena domati. Ma vinceremo noi. Io lo so. Abbiamo le lance lunghe e il cervello dalla nostra parte. Li batteremo con il cuore, ultima arma rimasta in una nazione morta. Spero di vedere la fine della battaglia o di morire per primo. Tutto si deciderà all’alba. Intanto bevo vino e mi riposo. Svegliatemi voi denti.
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