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	<title>Iluavi &#187; I due Conti</title>
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	<description>Scritti della Luna Blu</description>
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		<title>I due Conti</title>
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		<pubDate>Mon, 26 May 2008 11:43:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simone</dc:creator>
				<category><![CDATA[I due Conti]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[In questo mio racconto ricostruisco la storia secondo me di due amici, nobili, Conti, la cui traccia resta nella dedica di due strade che si incrociano. Invento tutto, ho iniziato trovando i due nomi segnati sulle targhe delle suddette strade, non ci sono basi storiche e agisco senza motivi precisi nel raccontarvi la storia finta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questo mio racconto ricostruisco la storia secondo me di due amici, nobili, Conti, la cui traccia resta nella dedica di due strade che si incrociano. Invento tutto, ho iniziato trovando i due nomi segnati sulle targhe delle suddette strade, non ci sono basi storiche e agisco senza motivi precisi nel raccontarvi la storia finta di persone vere.</p>
<p>Nella mente mia ho l’immagine loro, erano amici i due Conti e verranno ricordati così: il prode combattente, guerriero impavido, uomo d’onore Conte D’Urgell e il suo più caro amico, il Conte Borrell. E l’infamia della storia è questa, senza bene sapere perché il primo è valente il secondo solo suo amico. Nella gerarchia dei ricordi il primo ha preso una larga ed elegante via, il secondo solo una traversa. Ma il mondo non conosce ancora quello che la mia fantasia ha scoperto con certezza cristallina, la vera vita e la morte di due amici che solo il caso, infame in quanto tale, ha diviso in importanza. Due uomini le cui gesta comunque secondarie, hanno dato un senso al nascere sangue blu, come raramente succede ai fortunati destinatari di un titolo. Insomma i due, sebbene tipici per tanti aspetti al brutto che distingue i nati nobili, in un’occasione riscoprirono i doveri che tale fortuna gli arreca. E se ne fecero carico per davvero, richiamando alla mente e allo spirito il loro onore e lasciando infine la loro vita sul suolo della disgrazia.</p>
<p>Ma facciamo ordine in questa mia testa mentre prende forma una breve introduzione sulla vita dei due amici ed un dettagliato resoconto della loro gloriosa fine. Siamo nell’anno 1643, nel regno di Spagna governato da Felipe IV. Tutto scorre tranquillo verso il declino del gran regno, la storia prenderà la sua piega e nessuno la vuole fermare. Il grande colonialismo lentamente sparirà lasciando però uno squarcio incolmabile nella cultura del nostro triste pianeta. E i nostri due protagonisti vivono come sono nati, gozzovigliando, studiando sciocchezze religiose e divertendosi con la caccia e le servette. Perché no in fondo, dato che giustamente sono nati nobili e per domandarsene i motivi ci vorrebbe una coscienza tutta da forgiare.</p>
<p><strong>Il seme</strong></p>
<p>E’ un maggio e i due giovani rampolli, D’Urgell di 22 anni e Borrell di 20, sono in giro per un bosco insieme ai guarda foreste, una mandria di cani, un paio di guide e due vivandiere in carrozza che dovranno prima badare al pranzo poi alla digestione dei freschi nobiluomini. Il sole è alto ma non brucia, l’aria è frizzante nella mattina e i ragazzi cercano un cervo senza troppo zelo. Ma sono presi da una conversazione sulla contessa Cassillas, o meglio un lungo monologo di Borrell ai danni dell’amico paziente complice di una trama amorosa tanto complessa quanto invero infantile.</p>
<p>“Ha occhi che studiano tutto. Ha occhi e il resto si nasconde. Osserva dietro gli sguardi se respiri o se trattieni il fiato. Non lo fa per crudeltà, sono gli occhi che comandano e guidano. Devono sapere, vogliono conoscere, pretendono risposte. Quando arriva il giorno li trovi sempre lì. Alla fine diventano invadenti con le loro domande taciute. E lei ne è schiava, poverina, perché la lotta l’ha vista sconfitta. Il rumore dei due eserciti avrà riempito i campi della sua adolescenza, quando ancora poteva decidere se scegliere o obbedire. E’ stato più facile sottomettersi. E’ stato più ovvio lasciare agli occhi il comando. Una scelta alla fine saggia. Perché così lei si muove bene nel mondo, capisce le persone, le controlla attraverso loro. Però segue uomini strani, compromette i sentimenti, distrugge se stessa. Ha scelto di farsi guidare e vive nella cima del mondo, però c’è un buco dentro lei incolmabile. Tra una generazione i suoi occhi saranno cancellati e di lei si vedrà solo il vuoto. Sopravvive oggi. Evita scelte forti. E’ uno spettacolo di teatro divertente ma prevedibile. Come noi due in realtà.”</p>
<p>“Non capisco cosa dici. Facciamo i nostri doveri, amministriamo la terra, impariamo dai nostri padri, amiamo le nostre madri, la santa chiesa e ci riposiamo con ciò che ci appartiene. Perché vedi del vuoto nel nostro vivere, ricco ogni giorno di attività. Ci sposeremo e porteremo avanti il nostro sangue.”</p>
<p>“Eppure se siamo noi scelti da Dio per vivere e comandare, se abbiamo un potere è per una missione.”</p>
<p>“Certo, prosperare, portare avanti il Nome, diffondere il verbo quando possibile. Per questo abbiamo pagato in oro la missione nelle colonie.”</p>
<p>“Sì, ma lei è vuota e smorta, forse anche noi siamo così agli occhi degli altri.”</p>
<p>Il silenzio cala per lunghi momenti, la caccia continua in assenza dei due. Dimenticano i pensieri bui solo per il pranzo, con libagioni e buone abitudini. La sera torneranno dalla caccia ridendo e superando il dubbio. Però questo dialogo andava raccontato perché esso è il seme di quel tanto accaduto nel proseguo delle loro vite.</p>
<p><strong>Un evento</strong></p>
<p>Un anno, due mesi, quattro giorni dopo i due amici sono nella magione di D’Urgell. In una cena hanno tra gli invitati un membro troppo importante di santa romana chiesa. Il nome indegno non lo ricordo, ma esseri così hanno partecipato alla vergogna dell’uomo come i peggiori carnefici. Questo l’ho imparato bene e anche qui la coscienza del sistema di potere sopravviverà alle gesta attive dell’ingenuità.</p>
<p>Dopo qualche boccale di ottimo vino e un pasto degno della loro schiatta il gruppo cade sul tema delle colonie, sulle difficoltà incontrate, sui mezzi uomini senza Dio che abitano terre di sua maestà Felipe IV, di altri imperi pronti a prendere possesso di terre mostrate per primo alla dinastia di Castiglia, ma non guidati dal giusto, la via indicata dal Papa da Roma. Insomma i problemi di sempre, per lo più discussi nella parentesi di una sera, al massimo di qualche giorno. Un tentativo blando di coinvolgere qualcuno in ciò in cui non si crede. In fondo le colonie prosperano e portano tanta ricchezza per tutti. Il sangue non veniva visto, l’orrore era per altri. perché superare il confine? Ma i semi son fatti per sbocciare, anche se restano sotto la terra per tanto tempo.</p>
<p>In una casa d’altri non è buon uso lanciarsi in proposte di missione, tocca sempre al padrone di casa. Fu così che il giovane Conte D’Urgell si sentì chiamato dalle parole lontane dell’amico, il cui sguardo infuocato confessava una spinta simile. Nella completa incomprensione di ciò che diceva, si lanciò in promesse di conquista e di nuova diffusione della parola, di comando per nuovi orizzonti, di espansione ulteriore del grande impero. Invitò l’amico che scattò in piedi esplodendo dalla sua seggiola, fiero di unirsi alla crociata promossa da D’Urgell. E così neanche due mesi dopo, il tempo di raccogliere uomini, denari, permessi, gradi militari e qualche soldato di ventura, i due amici si apprestano a raggiungere la costa, imbarcarsi su una caravella e, forti solo di loro due, partire alla volta delle colonie. Nasce la spedizione del valente D’Urgell e dell’amico Borrell&#8230; Il resto lo farà come sempre il punto di partenza difficilmente invertibile.</p>
<p>Non racconterò il duro viaggio, per chi non è marinaio l’emozione del mare è una favola vera i primi tre giorni al massimo. Il resto è monotonia e senso di solitudine. Così questo sarà il momento di maggiore demoralizzazione per i nostri protagonisti, ma anche la base della folle energia che li porterà alla fine dopo solo cinque giornate passate nelle colonie. Loro solcheranno i mari e avranno tempo di sognare, soffrire e caricarsi della foga necessaria a non pensare le giuste mosse.</p>
<p>E così nel marzo del 1645 anno del signore intravedono le coste di una qualche colonia, approdano ad un porto amico, si riposano dei giorni, organizzano le provviste e recuperano qualche mappa mal fatta dai loro militari in stanza lì. Decidono di spostarsi verso sud e ritornano sulla caravella. Hanno a disposizione un gruppo di 126 uomini di cui 92 soldati. Nelle loro fantasie sufficienti a entrare nelle vergini terre del sud, insediare una missione, liberarla da qualche mezz’uomo, convertirne qualcun altro, tornare in Spagna con oro e schiavi. E l’inizio sembra dargli ragione. Sbarcano con le scialuppe su una spiaggia bellissima, organizzano la colonna e iniziano a marciare all’interno di una foresta tropicale. Le difficoltà sono mostruose, il caldo infernale. A metà del primo giorno nessuno indossa armature, tutti protestano, qualcuno a fine giornata è già sparito&#8230; Ma l’entusiasmo dei due giovani è ancora alle stelle.</p>
<p><strong>La gloria</strong></p>
<p>Il terzo giorno di cammino la disciplina è già cosa dimenticata. I due non hanno vera esperienza militare, sebbene ben addestrati alla lotta con la spada sia da terra che a cavallo. ore di esercizio fine a se stesso non hanno nulla a che vedere con la gestione di mercenari assetati di oro e impauriti dall’infinita foresta in cui sono avventurati. Ma al morale di uomini cresciuti con poco basta un’inezia per caricarsi. Così la notizia portata da due vedette di aver trovato un piccolo e bel villaggio con pochi mezzi uomini e donne bellissime ha l’effetto di far sentire tutti di nuovo una grande armata. Gli occhi del saccheggio vengono fraintesi dai nostri eroi come senso del dovere e voglia di azione.</p>
<p>Ma vediamo in quali condizioni è la nostra armata. Il gruppo in realtà, tra fuggiaschi, uomini lasciati di guardia alla caravella, qualche malato, i civili in attesa sulla spiaggia e un morto per una lite durante la seconda notte, si è ridotto a 38 uomini più D’Urgell e Borrell. E i 38 ladroni e due ingenui si avviano con progetti lontani fra loro, due gruppi convinti di condividere gli obiettivi ma invece assai distanti.</p>
<p>I Conti emanano ordini, dividono il gruppo in due. D’Urgell comanda il primo, più consistente di 24. Borrell prende 14 uomini e cerca di aggirare il villaggio con l’idea che in caso di cattiva accoglienza possano prendere di sorpresa alle spalle i guerrieri selvaggi. L’idea in se non ha gran senso, ma così viene deciso e i due gruppi marciano insieme per un pò, poi si separano così il gruppo di D’Urgell prosegue verso l’ingresso indicato dai soldati in avanscoperta, mentre Borrell gira verso destra per la sua manovra di aggiramento. Il primo ferma la truppa per una decina di minuti così da dare il tempo all’amico di prendere una posizione e rendersi conto del territorio. Il villaggio è veramente piccolo, costruito intorno ad un piccolo corso d’acqua conta una dozzina di capanne. Gli abitanti visibili sono una trentina al massimo, compresi donne, vecchi e bambini. Uomini in grado di combattere ce ne sono meno di dieci al momento e non si vedono armi. Ma è solo una prima valutazione.</p>
<p>A passo deciso, in testa al gruppo, D’Urgell scende attraverso il percorso definibile sentiero che porta all’ingresso del piccolo agglomerato. Nella pausa ha fatto vestire i suoi uomini le cui armature luccicano coi pochi raggi di sole che filtrano attraverso la vegetazione. Cerca di assumere un’aria degna, ma non si sente sicuro di nulla, non sa neppure come comunicare, dove iniziare. In effetti si accorge di non avere nessun piano di azione reale. Li vuole uccidere? No. Gli vuole parlare? Come? Li vuole imprigionare e portare alla spiaggia? Non ne ha idea. Ma gli indio si accorgono del gruppo e reagiscono con la dovuta diffidenza. Le donne portano in salvo i piccoli, gli uomini si agitano e prendono bastoni e qualche arco rudimentale. Uno di loro si mette alla testa del gruppo di guerrieri. Sono circa quindici a comporre l’esercito avversario. Si raccolgono a semicerchio tra due capanne e attendono. D’Urgell sorride, vuole evitare lo scontro e vuole sembrare pacifico. Ma non comanda davvero la banda al suo seguito.</p>
<p>Uno dei suoi, un mercenario, senza pensare troppo carica una freccia nella balestra alle spalle del Conte e la scaglia contro un indio appena entra in traiettoria. L’indio cade ferito, gli altri del gruppo iniziano ad urlare e caricano. D’Urgell è paralizzato. I suoi senza aspettare ordini caricano le armi e iniziano a decimare gli indio. Alle spalle del gruppo compare Borrell. Malgrado la distanza capisce immediatamente la situazione scorgendo l’amico fermo, le braccia lungo il corpo, incapace di reagire mentre intorno al lui i soldati assaltano disordinatamente. Borrell allora prova a reagire, urla qualcosa al suo gruppo. Cerca di andare in aiuto dell’amico paralizzato. Una parte lo segue, in 6, il resto si ferma e non sa bene cosa fare. Borrell guida la carica contro l’esercito di mercenari, deciso a fermare quello che ai suoi occhi è un vile ammutinamento e a salvare quindi l’onore dell’amico. Sciabole alla mano i 7 uomini caricano contro i 24. Gli indio superstiti sono sorpresi, ma intanto stanno fuggendo respinti dai militari di sua Maestà.</p>
<p>Alla vista del nuovo evento D’Urgell si risveglia, sguaina la sciabola e colpisce l’uomo che ha sparato il primo dardo che ancora carica e scarica la balestra verso il villaggio. Urla feroce, sputa fuori tutta la rabbia della presa di coscienza improvvisa. Lui, il Conte, la sua missione e la sua voglia di avventura sono soltanto il mezzo usato dai furfanti per saccheggiare queste terre altrimenti per loro irraggiungibili. E così in un attimo si rende conto che è il suo ultimo momento, lo percepisce chiaramente e decide che vale la pena di viverlo da Nobile. Ricorda all’improvviso le parole dell’amico il quale ora carica in suo soccorso. I soli 6 uomini che lo seguono sono soldati provenienti dalle loro terre e gli sono rimasti fedeli malgrado non ne conoscano il motivo.</p>
<p>In fretta si accende una violenta mischia. D’Urgell abbatte con facilità i primi 3 mercenari, ancora sorpresi per la sua reazione tardiva e violentissima, poi uno più navigato tra loro lo affronta e lo intrattiene mentre un altro lo infilza con una lancia nella schiena. Per lui sarà buio in fretta. Arriva però finalmente l’aiuto dell’amico Borrell, vede il gesto infame e taglia di netto la testa al lanciere. I suoi abbattono altri 14 mercenari prima di perdere la forza della carica ed essere massacrati a loro volta. Borrell viene trapassato da parte a parte con due sciabolate, ma muore ancora prima di sentire il dolore e rivolge un ultimo sguardo all’amico già in terra da molto.</p>
<p>Alla fine 27 spagnoli giacciono senza vita all’ingresso del villaggio. I 13 superstiti ben consci di ciò che hanno osato fare scappano veloci dentro alla foresta, pronti a raccontare la loro verità al resto dell’armata sulla spiaggia. Forse potevano proseguire il saccheggio, ma senza la certezza di non essere respinti dagli indio superstiti. Dopo altri 3 giorni raggiungono il gruppo rimasto sulla spiaggia. Sono distrutti dalla giungla e hanno deciso come comportarsi. Il più anziano dei mercenari prende la parola.</p>
<p>“Abbiamo marciato per 3 giorni, siamo arrivati ad un piccolo villaggio di selvaggi quasi disabitato. I pochi che c’erano sono fuggiti al nostro arrivo. Mentre ci accampavamo è arrivato un grosso gruppo di selvaggi con lance e archi. Ci hanno attaccato da tutti i lati, erano centinaia. Il Conte D’Urgell ci ha guidati con grande onore, restando sempre in testa, lottando al nostro fianco. Anche Il conte Borrell si è fatto onore affianco all’amico. La battaglia è stata durissima. Gli indio hanno perso tantissimi dei loro e ad un certo punto si sono ritirati. I due Conti sono caduti sul campo della gloria. Noi senza una guida abbiamo deciso di tornare qui per decidere con voi tutti cosa fare. Secondo me dovremo tornare al porto e chiedere aiuto per tornare e vendicare la morte del nobilissimo D’Urgell e del suo amico Borrell.”</p>
<p>Così fu che il caso e poco altro hanno deciso la traccia lasciata dai due amici. Giovani, stupidi, ma pieni di onore. Sono morti sul campo senza parlarsi, ma seguendo d’istinto il sogno sciocco di rispettare il loro sangue. Senza un reale motivo nella storia sempre saranno ricordati come il prode combattente, guerriero impavido, uomo d’onore Conte D’Urgell e il suo più caro amico, il Conte Borrell.</p>
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