Il fiore e la bottiglia

December 8, 2008 on 10:09 pm | Scritto da Simone Cossu nella sezione Il Fiore e la Bottiglia, Racconti | No Comments

L’incontro

C’è un’incompatibilità intrinseca tra un fiore e una bottiglia di buon vino. Non si vede immediatamente, il fiore potrebbe posarsi all’interno senza problemi, trovando un comodo spazio per il seppur lungo fusto, immergendosi in limpida acqua, sostituita al bevuto vino. Un bel tulipano rosso per esempio, dopo un pomeriggio intenso, a parlare del pianeta e delle sue catastrofi, consumando un bicchiere dopo l’altro il nettare degli Dei, potrebbe decorare l’ormai triste vetro verdino, regalando agli occhi un’impressione di bello, dopo una pausa di buono.

Ma il destino è infame anche per gli amori semplici, ed i sistemi logici opprimono l’istinto. Così la parentesi di fantasia che corona il nuovo incontro viene cancellata dai fatti e dall’eternità del vetro contro la fragilità di un fiore strappato via dalla terra. Tutto si consuma in un piccolo aureo momento costruito al volo, ma irrealizzabile, fortuito ed estemporaneo, alla fine stupido se avete voglia di infierire.

Poco dopo aver pulito la bottiglia, poco dopo aver sognato il risultato piacevole, inizia la discesa a picco su un paio di verità. Non è così bello il fiore nella bottiglia, ma la bottiglia è felice di stringerlo. Non è così bella la bottiglia con un fiore dentro, ma il fiore è felice di viverci quegli ultimi momenti. Poche luci, poi i petali cadranno uno alla volta, e vuota resterà la verde casa, senza altri liquidi, forse ripulita e rimessa al suo originale destino di contenitore semplice.

Ma dopo tutto ora voglio dismettere il lato reale del cervello e gridare la passione del caso, nel ritaglio dal vero in cui l’incontro è esistito. Così la stretta tra i due è nata e invito tutti a restare spettatori di un ballo statico, incomprensibile, eppure dolce. Non emetto giudizi, non calcolo le eventualità e la convenienza, voglio solo riguardare questo spettacolo piccolo piccolo, lasciato scorrere senza modificare il mondo.

E nell’estendersi dello squarcio, il tempo breve del loro rapporto può durare profondamente, diventare completo, soave. Quindi ora ammutoliscano tutti e senza cercare scandali li lascino uniti, lontani dalle loro strade, disgiunti dall’atteso nella prosa impossibile dell’unico giorno felice e dimenticato, meraviglioso ed invisibile, disinteressato e vissuto solo per se stesso, solo per goderlo in quanto tale. La traccia sarà domani una sensazione inaspettata capace forse di sfiorare la sensibilità di chi ne ha conservato una briciola.

Io qui cercherò di trasmettervi questa impronta perché sono stato fortunato. Sono entrato nella bottiglia per caso mentre mi dedicavo al mio mondo e ho vissuto il breve contatto nei pochi istanti concessi, sapendo che dopo saremo spariti ognuno nel suo futuro. Ma conscio ho insistito nel volerla stringere, sperando di accarezzarne il liscio interno. Ho lanciato le mie foglie e inaspettatamente è arrivato un sorriso stupendo.

Sono stato fortunato perché ho accettato un fiore lasciato sfuggire tra due parole, l’ho afferrato nel mio vetro e l’ho guardato senza sosta mentre scivolava giù e depositava il corpo su un bordo del mio collo. Non speravo più nulla, non avevo bisogno d’altro. E ho iniziato a navigare un‘avventura nel pieno del suo essere.

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La prima volta

Un unico giorno non è fatto di 24 ore, ma di sparuti attimi composti insieme, nel ritaglio scaturito dal procedere della storia.

Alle 6 di un mattino mi sono trovato sveglio da oltre un paio d’ore nel letto, a ricapitolarmi le delusioni e gli errori di sempre. Negli effetti stupidi di questi momenti c’è anche l’effetto massa. In queste occasioni, senza nessuna relazione fra loro, le delusioni si radunano e marciano sempre insieme, manifestano come una folla, un lungo cordone di striscioni e bandiere contrarie alla gestione del mio governo. Il mio cervello viene fortemente messo in discussione. Purtroppo non ho una forza politica da proporre in alternativa, devo tenermi lui. Al più posso sperare si convinca ad attuare riforme.

La prima riforma dovrebbe essere di non dare peso ad eventi in effetti secondari, se non fosse l’enorme quantitativo di investimenti elargiti ai sogni. Devo convincerlo a fare un passo indietro, a calcolare le risorse, a non buttare tutto il bagaglio di pensieri, idee, sensazioni. Scrivo oggi proprio per riutilizzare l’esperienza di questi giorni di fantasie in un’espressione. In qualche modo sto riciclando.

So che il problema è mio, non mi ricordo neppure il particolare che ha sprigionato tanta polvere. Uno sguardo di traverso? Un sorriso? Un movimento? Sicuramente la sua voce! Il suo suono si è annidato da qualche parte e il suo ricordo mi ha sprigionato emozioni. Un tono e una cadenza dolci. La sua voce è la responsabile prima delle mie idiozie di oggi. Il mio cervello è debole, non ho neppure alberi a cui legarlo, quindi l’ho guardato lanciarsi nelle onde ed ora assisto mentre affoga. Magari ne possedessi uno di riserva, lo lascerei annegare quel cretino. Invece devo ancora scrivere e mangiare, camminare e sciare. Ho bisogno di lui.

Lancio una corda che per forza di cose non sarà un treccia di capelli e lo ripesco. Lo strizzo per bene, lo guardo con aria di rimprovero, lo rimetto al suo posto e mi auguro smetta di frignare. Ormai il pensiero è storia, lo segno e lo infilo in un cassetto aspettando il prossimo sciopero generale.

Così poi sono andato ad affrontare un pezzo del mio giorno cercando di uscire senza successo dai confini, ancora incosciente del valore degli eventi. Ma un profumo è filtrato nel vetro, l’acqua era pronta, ho sentito la vita.

Di tutto è rimasto niente nelle migliaia di ore dopo, ma il sospeso era ormai creato ed aspettava fisso il secondo atto del ballo tra noi.

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L’ultima volta

La vergogna non fa parte dell’universo diverso disegnato per un abbraccio. Il calore cancella, ripulisce, limita eventuali danni. Anche no. Ma riesce ancora, in un continuo avvicinarsi e allontanarsi, a dare felicità. Meno male che la pioggia disegna il quadro lasciandolo intonso alle avversità. E il vento regala un piccolo movimento al fiore che subito ne approfitta per aggrapparsi alla rigida bottiglia, nell’occasione realista a singhiozzi. E il secondo giro di danza inizia, intensissimo.

Ma qualcosa esplode sempre quando è lì per farlo. E quel che resta del giorno viene goduto, scambiato, misurato, sognato, poi espulso come un dente malato.

Non ci sono avvisaglie solide di un proseguo, ma la finestra ha uno spiraglio e gli occhi si sono incastrati troppe ore per venire scagliati via, dimenticati. È brutto ricordare che questo è un racconto senza amore compiuto, ma l’incompatibilità accennata doveva mettervi in guardia sulla tristezza in arrivo. Solo una stretta, un piccolo istante per trasmettere la carica distruttiva, lasciarsi andare, richiudere lo spazio.

I petali cadono poi uno a uno, l’incontro si dissolve, netto. Non c’è un modo diverso. Ma uno strascico renderà lenta la separazione, forse infinita la conclusione. Non piango perché le lacrime ingiustamente punirebbero una parte di me solo apparentemente incompleta, solo superficialmente secondaria. E bagnare una storia del genere offende quel poco di dignità salvata nel buio.

Così tornando mesto per vicoli silenziosi mi pento un pò del freno a mano tirato sull’istinto, mi domando ancora perché mi lascio invadere gli spazi. Mi chiedo spesso se sono stato fiore o bottiglia, se il ruolo è in realtà passato di mano tra un sorriso e una provocazione. Alla fine non so niente e lo spettacolo è finito.

Lo posso osservare con tutti voi, lo posso ricordare. Non lo posso replicare, variare o distruggere. Devo solo aspettare che bottiglia e fiore ridiventino polvere per riconoscersi e mescolarsi davvero, per smettere di essere incompatibili. Ed in questi frangenti il cervello acquista una forza disarmante e dimostra una pazienza incredibilmente a lungo, lungo termine.

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