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	<title>Iluavi &#187; La notte del vampiro</title>
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	<description>Scritti della Luna Blu</description>
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		<title>La notte del vampiro (3/3) &#8211; Ana</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jan 2009 12:17:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simone</dc:creator>
				<category><![CDATA[La notte del vampiro]]></category>
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		<description><![CDATA[Ana si svegliò di buon mattino. Aveva dormito profondamente e ora la aspettava il suo matrimonio. Era felicissima, emozionata, eccitata. Friederich non era al suo fianco, si doveva essere svegliato veramente presto. Era soddisfatta del suo uomo e le piaceva l’idea di andare a vivere in Germania. Amava il suo villaggio e la sua nazione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ana si svegliò di buon mattino. Aveva dormito profondamente e ora la aspettava il suo matrimonio. Era felicissima, emozionata, eccitata. Friederich non era al suo fianco, si doveva essere svegliato veramente presto. Era soddisfatta del suo uomo e le piaceva l’idea di andare a vivere in Germania. Amava il suo villaggio e la sua nazione, però non le dispiaceva andare a vivere a Berlino. Era di ottimo umore quella mattina assediata da pensieri positivi. Quasi non vedeva l’ora che finisse la loro festa per partire al più presto. Guardò intorno i crocifissi e l’aglio e sorrise dell’ingenuità della sua famiglia. Ma queste tradizioni buffe davano un che di calore al posto, come amava dire il suo ragazzo. Come la prendeva in giro, come si divertiva a scherzare insieme a lei, facendo smorfie di orrore davanti ai simboli sacri o mettendo un asciugamano a mò di mantello davanti alla bocca come per nascondere le lunghe zanne.</p>
<p>Buttò i piedi dal letto e lasciò veloce cadere la veste da notte. Andò in bagno a lavare il viso. Dopo avrebbe fatto un bagno, ora voleva salutare Friederich e mangiare qualcosa insieme a lui. Corse giù per le scale e trovò la sua famiglia indaffaratissima con i preparativi. Pentole, piatti, tovaglie, posate, cibi in cottura, festoni, profumi di ogni genere. La stanza grande era un mostruoso caos di attività. A due gradini dalla fine diede un buongiorno generale, ma era già seccata di non vedere ancora il suo amato tra i presenti. Subito chiese in tono giocoso: “dove avete nascosto mio marito?”<br />
Il padre si fermò un momento dal suo intagliare le gambe di un tavolo ribaltato. Lo decorava per la cena della sera, ne aveva montati quattordici per imbastire una grande tavolata nel giardino di fronte la casa. “Non è ancora sceso, non sapevo che i tedeschi fossero così pigri.” Disse con un grosso sorriso. Ma Ana non sorrideva più. “Sopra non c’è, sarà sceso presto stamattina.” “Molto presto allora” intervenne la madre con piglio un pò preoccupato, “io sono qui dalle 6 e 30 e non è mai sceso nessuno da sopra”. Ana si irrigidì e iniziò a pensare alla notte prima. Lei che si addormentava mentre il ragazzo la accarezzava, poi il sonno profondo, la sveglia da sola. Nessun indizio. Non si era accorta di nulla. “Lo vado a cercare” disse infine mentre risoluta escì dalla porta e iniziò a girovagare prima intorno alla casa, poi nel villaggio.</p>
<p>Nessuna traccia. Dopo un’ora e mezza di ricerche Ana non voleva disperare e non voleva mettere agitazione nei suoi parenti e amici. Lo doveva trovare da sola. In un tumulto di pensieri però non sapeva da dove iniziare. Fece un giro breve nel villaggio, ma senza chiedere nulla a nessuno. Non sembrava aver senso per Frederich una passeggiata tra persone che non conosceva, per cosa poi? Più probabile un giro in zone di natura, forse un pò di tensione da scaricare tra gli alberi del bosco. Nella folla dei pensieri delle mille possibilità passarono 2 ore e l’ansia era fortissima. In un sussulto improvviso Ana si sentì stupida e corse di nuovo verso casa&#8230; Poteva essere tornato indietro, magari se la rideva con i suoi genitori mentre lei era in giro da tutto questo tempo.</p>
<p>Tornò a casa senza quasi respirare, sudando e correndo. Il vento in faccia le regalava un filo di ottimismo. Per un attimo sorrise pensando di abbracciarlo appena a casa. Aprì la porta con forza e senza pensare disse a mezza voce: “è qui vero?”. Le parole le morirono in gola appena gli occhi focalizzarono i volti di cera dei familiari. “Non è qui&#8230;” Aggiunse Ana con la disperazione ormai alle porte. “Cerchiamolo tutti” intervenne il padre con tono risolutivo, “Frederich non mi pare uomo da scappare il giorno del suo matrimonio come un bambino, nessuno lo obbligava. Sarà qui in giro, forse ha avuto un malore, forse è ferito nel bosco&#8230;” Gli occhi della moglie però gli suggerirono un’altra idea. E Ana diede voce a quei pensieri cedendo alle superstizioni della sua terra: “L’ha preso, l’ha preso. Si è addormentato e lui lo ha preso!”</p>
<p>Senza perdere altro tempo padre e figlia uscirono e senza parlarsi o guardarsi, a passo deciso si diressero attraverso il bosco fino alla torre. La giornata era splendente, il sole dava un’aria sorniona a quella vecchia massa di pietre un tempo torre di guardia della regione, piccolo maniero di un signorotto insulso. Il silenzio era completo, ma il padre di Ana, di fronte alla porta prese per un braccio la figlia, come per chiederle di aspettarlo lì. Lei però si divincolò e corse veloce dentro la torre. Al padre non restò che ricordare per il resto della sua vita l’urlo orribile emesso da Ana appena varcata la soglia. Era tutta la pena di chi non aveva voluto credere e all’improvviso urtò contro una orrenda verità.</p>
<p>Recuperò Ana con forza mentre lei si stremava di pianto e urla. La riportò a casa in uno stato semi incosciente. La madre corse ad accoglierli sulla porta mentre Ana biascicava parole di odio verso il loro villaggio. Ana aveva gli occhi aperti, ma l’immagine fissa di Frederich impiccato alla ringhiera della scala della torre che ciondolava lentamente, gli occhi spalancati, la lingua da fuori ed un perverso sorriso disegnato sul volto.</p>
<p>Ana incapace di qualunque pensiero fu messa a letto dal padre. Con il volto immerso nel cuscino riusciva solo a piangere e singhiozzare, non aveva più la forza e la voce per urlare e maledire. Restata solo prese un lungo coltello da un cassetto e se lo conficcò nella gola. Mentre moriva soffrendo udì una voce lugubre dirle con tono allegro: “Mancavi solo tu. Benvenuta, il matrimonio è fatto”.</p>
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		<title>La notte del vampiro (2/3) &#8211; La torre</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jan 2009 22:01:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simone</dc:creator>
				<category><![CDATA[La notte del vampiro]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[La pelle e il sangue. Non si era mai soffermato sui pensieri di se stesso, sull’ascolto del suo corpo. Era sempre vissuto sull’esterno, sui valori della società, sulla partecipazione al sistema mondo. Ora sentiva il suo corpo e solo quello, ne percepiva essenza e calore, pulsioni e presenza in ogni gesto. I passi avevano il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La pelle e il sangue. Non si era mai soffermato sui pensieri di se stesso, sull’ascolto del suo corpo. Era sempre vissuto sull’esterno, sui valori della società, sulla partecipazione al sistema mondo. Ora sentiva il suo corpo e solo quello, ne percepiva essenza e calore, pulsioni e presenza in ogni gesto. I passi avevano il peso della vita come interazione di movimento con l’ambiente. La materia si annodava con lui, la vecchia porta di assi  di legno tenuta insieme da due cerchi in ferro battuto come le botti era viva, i suoi cardini arrugginiti ruotavano con difficoltà mentre lui la spingeva con entrambe le mani, le sue braccia si gonfiavano per vincere la durezza dell’ostacolo. Tutto intorno si muoveva con lui e per lui. E appena nella base della torre  sentì un canto lamentoso, udì un qualche richiamo. Poi solo silenzio. Lo aspettò ancora, speranzoso di poter almeno lottare.</p>
<p>Tutto il peso della colpa gli piovve improvvisamente sulle spalle facendogli chinare il capo sconfitto. La pietra intorno umidissima gli lanciava violente zaffate di gelo che gli perforavano le ossa. La sconfitta più grande, l’umiliazione finale. Era lì nella torre, ma solo per accorgersi del suo vuoto completo, come la sua anima. Non c’era nulla contro cui combattere, nessun arredo sfarzoso vissuto da un malefico Conte costretto alle notti di solitudine e sangue. Una miserabile, fredda, deserta torre senza traccia di vita.</p>
<p>L’ultima voce sentita era solo la beffa conclusiva di un percorso di vergogna. Aveva per qualche secondo immaginato un combattimento, un salvataggio eroico, un ritrovare ancestrali forze per sconfiggere il male. Si era immaginato eroe per non soccombere del tutto. Ma adesso era ri-caduto nella realtà. Se non aveva immaginato il rapimento, rapitore e rapita erano ormai lontani dal mondo umano, chiusi in qualche spazio diverso dal suo, irraggiungibili. Il danno era irreparabile come gli avevano detto. Le spalle sempre curve e lo sguardo schiacciato al suolo, il giovane ingegnere tedesco aveva perso tutto e si avviò sulla scala verso il primo livello della costruzione. Non sapeva perché ma iniziò con la testa svuotata e una gran voglia di piangere a salire i gradini in legno marcio che costeggiavano l’interno in pietra. Si appoggiava di tanto in tanto a questa respirando più forte del dovuto per trattenere le lacrime. D’improvviso si arrestò, alzò la testa e cacciò fuori un urlo violento chiamando per l’ultima volta il nome della sua bella portata via. Urlò con ogni riserva di ossigeno nei polmoni, fino a sentire la gola bruciare. Erano le ultime energie. Si accasciò su uno scalino e iniziò a piangere senza sosta.</p>
<p>Il tempo passò così nello sfogo, nel rimpianto, nell’autocommiserazione. Poi finirono anche le riserve di lacrime e vegetò immobile per lunghi istanti. Faticosamente, come ipnotizzato, si rimise in piedi e completò l’ultima parte della scala fino a raggiungere il  primo piano della torre. Il pavimento era in pietra e c’era una ringhiera semplice di legno che affacciava nel centro della torre. Era un unico spazio aperto e completando il giro della circonferenza si arrivava ad un’altra scala verso il secondo piano. Le strette feritoie lasciavano filtrare  qualche raggio di luce del primo sole. L’alba era in arrivo alla fine. Si grattò la faccia e ripulì un pò gli occhi. Si accorse di una lunga e grossa corda in terra, ammassata sul pavimento. Doveva servire per salire roba tra i piani, forse in alto, all’ultimo piano c’era anche una carrucola. Senza riflettere si accovacciò vicino e la iniziò a maneggiare, la guardò con curiosità, come a valutarne la qualità. Era solida. Poi ne prese un capo e lo legò alla palizzata della ringhiera. All’altro capo fece un semplice nodo scorsoio. Si rimise in piedi e osservò con un pò di soddisfazione la sua opera. Mani sui fianchi rialzò di nuovo la testa ed osservò il soffitto buio della torre da cui non trapelava nulla. Sperava in qualcosa che cambiasse la situazione, una richiesta di aiuto, un intervento di qualcuno. Nulla accadde. Prese da terra la fune e sa la passò intorno al collo. Strinse per bene il nodo fino a rendere la corda aderente alla pelle. Si avvicinò alla ringhiera e iniziò a scavalcarla. Quando era a cavalcioni si fermò esitando, un tremito di paura lo prese, il cuore accelerò all’improvviso. Passò oltre la ringhiera anche la seconda gamba, strinse gli occhi e senza più perdere tempo lasciò andare le due braccia e le due gambe.</p>
<p>Il colpo che gli spezzò l’osso arrivò immediato. Nell’ultimo istante prima della fine sentì solo una voce lontana dirgli: “benvenuto nel mio mondo.” Poi morì strabuzzando gli occhi oltre le orbite, sputando la lingua fuori, agitando due o tre volte le gambe al vento.</p>
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		<title>La notte del vampiro (1/3) &#8211; Il rapimento</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 12:14:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Ha scoperto di non essere un vero uomo. Lo ha scoperto in una notte come tante altre mentre combatteva una tradizione bigotta, lottava contro l’immaginazione popolare, perdeva a causa della sua incredulità lo scontro tra il vero e la legenda. Nella notte prima del suo matrimonio nel piccolo villaggio della Transilvania, dove aveva accettato tutti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ha scoperto di non essere un vero uomo. Lo ha scoperto in una notte come tante altre mentre combatteva una tradizione bigotta, lottava contro l’immaginazione popolare, perdeva a causa della sua incredulità lo scontro tra il vero e la legenda.</p>
<p>Nella notte prima del suo matrimonio nel piccolo villaggio della Transilvania, dove aveva accettato tutti i riti del caso pur di prendere in sposa la bellissima giovane conosciuta durante il viaggio in Romania, non ha saputo proteggere la prossima moglie dalla maledizione più pericolosa. Non ha retto il confronto contro la creatura di cui non credeva l’esistenza. E’ rimasto inerme di fronte al vampiro, Nosferatu, il Conte, Vlad l’impalatore, o chi era per lui. E questi ha preso e ucciso le sua donna. L’ha presa e portata nella sua magione trasformandola come nelle favole in una sua simile. Ora lei esiste solo nella notte come il suo nuovo possessore. La prova di tutto questo l&#8217;ha vista con i suoi occhi, l&#8217;ha vissuta nella paralisi. Non si può sconfiggere o uccidere in alcun modo un vampiro, ma lo si può allontanare, lo si può scacciare nell’ultima notte prima della sacra unione affinché la donna non venga violata e portata via per sempre. Affinché il giorno dopo si possano celebrare le nozze e far perdere l’interesse del mostro per quella preda. Così gli avevano raccontato mentre lui sorrideva dentro per quella leggenda.</p>
<p>Ora invece lui l’ha portata via e lei canterà triste note nel buio di qualche stanza per l’eternità, insieme ad altre sfortunate incapaci di scegliersi l’uomo giusto, l’uomo che le difendesse nel solo momento in cui una donna è davvero indifesa. Il fascino del vampiro è magico e imbattibile per loro, ancora di più quando stanno per legarsi con un sacro vincolo. Solo l’atto coraggioso dell’uomo promesso sposo può salvarle nella notte della fragilità. Che idiozia senza fondamento gli veniva ancora da pensare. Però lei non era più lì e lui era confuso e solo.</p>
<p>Non ha saputo dimostrarsi all’altezza. A lui resta la sconfitta dell’onore e il senso di vuoto fino al termine della vita, a lei l’orrore eterno. Non può credere al vero di quella follia. Ma è ancora sconvolto per averci assistito in prima persona. Ora scacciato violentemente dalla popolazione del villaggio si trova ai margini del bosco prima del così detto castello: un torrione abbandonato e cadente. Il giorno della grande festa ridotto a solitudine, pioggia e paura. Non osa andare in nessun altro centro abitato perché si sente segnato, marchiato dell’onta dell’idiozia e della mancanza di forza.</p>
<p>Quando lui era nella stanza della futura sposa al posto di vegliarla come gli avevano consigliato, si era steso al suo fianco dormendo appoggiato a lei, sul suo petto caldo. E lei si è fatta convincere da tanta spavalderia, da tanta sicurezza del valore insulso della legenda. Pochi avevano visto davvero il vampiro, poche donne erano sparite ma poteva essere benissimo che fossero scappate via da quel piccolo villaggio rurale come sosteneva il suo uomo. Eppure il mito sopravviveva con rara forza, doveva essere un indizio valido in qualche modo.</p>
<p>Ma lo ignorò in quella maledetta notte. Si era rilassato, completamente dimentico degli avvisi ricevuti, ignorando la brutta sensazione e i segni premonitori di cui tanto gli avevano parlato durante i tre giorni passati lì. Contemplava distratto il legno delle pareti, i fantastici intrecci delle travi sotto al soffitto. I nodi delle assi. I tappeti di lana intessuti con disegni e appesi alle pareti. Aveva chiuso gli occhi ad un certo punto, assaporava gli odori incastrati nella stanza dei cibi cucinati in casa e della lana grezza che sapeva delle pecore. E ad occhi chiusi si lasciò scivolare nell’abbraccio di lei, nei suoi capelli castani e lunghissimi. Nella morbidezza della pelle si lasciò trasportare nel sonno.</p>
<p>Improvvisamente la sentì alzarsi, muoversi, spostandolo con ferma decisione dal suo corpo. Si svegliò così, scosso e ancora rintronato dal sonno e lo vide. Alto, bello, possente. Sul petto portava un’armatura del 1600 circa, costruita con ferro battuto e bassorilievi in oro, decorata di simboli che non conosceva, con un’araldica contorta e spaventosa. Senza elmo era immobile spalle alla finestra aperta della stanza. Al vento della notte aveva i lunghissimi capelli neri sciolti, i lineamenti scolpiti e gelidi, gli zigomi alti, dei lunghi baffi ben curati. Stretta alla cintura al suo fianco giaceva una lunga spada dall’elsa intarsiata e chiusa da un pomello con la forma di una testa di drago dalle fauci spalancate. Un solo colpo di quella lo avrebbe tagliato a metà. Era una visione impressionante. Il mantello nero si appoggiava al pavimento e con una mano lo teneva leggermente sollevato, come a proteggersi un fianco.</p>
<p>Erano spariti dalla stanza i crocifissi messi dalla famiglia e quegli stupidi mazzi di aglio. Come poteva una verdura fermare un guerriero di quella caratura? O forse sì. Se esisteva il vampiro esisteva forse anche il popolare modo di combatterlo. Ma quei pensieri erano il modo di esprimere la sua vigliaccheria, mentre restava mezzo disteso sul letto e vedeva la sua donna avvicinarsi a piccoli passi all’enorme Conte. Lui l’aspettava pronto a stringerla nel mantello, pronto a portarla via. E lei si stava dirigendo da lui. Che fine avevano fatto i simboli sacri? Li aveva un attimo tolti prima di svegliarli? Erano scappati via al suo solo apparire? Immaginava per un attimo i cristi in croce  animarsi e correre via sulle loro gambette di legno per la paura generata da Dracul.</p>
<p>Finalmente riuscì a buttare a terra i piedi, ad appoggiare le mani sul letto e a pronunciare a mezza bocca il nome di lei. Era ancora paralizzato e incapace di agire. La scena proseguì come se lui non ci fosse e terminò senza il suo minimo intervento. Il vampiro strinse la ragazza, la baciò sulla fronte, sfoderò le sue mostruose zanne, le conficcò nel collo e mentre succhiava via la linfa vitale divenne un tutt’uno con lei dentro al mantello. Gocce di sangue colarono sul pavimento. Poi nel nulla sparirono come un soffio di vento. Unico segno della partenza un lieve tremolare delle fiamme delle candele. Le candele&#8230; Le aveva accese lui per dare un aspetto romantico alla stanza. Ed erano state perfette per incoronare la tragedia.</p>
<p>Se era stato uno scherzo era congegnato bene, però non sembrava recitazione l’odio e la disperazione della famiglia contro di lui. Ma nel 1990 come si poteva credere ad una storia simile? Lui voleva solo sposare Ana per portarla in Germania, a casa sua. Era un ingegnere, un uomo dalla giovane età e dalla carriera avviata. Quanto rideva di tutti quei riti sopravvissuti al razionalismo comunista e alla tecnologia, all’industria, al mondo. Il castello di Vlad era da subito diventato un’attrazione turistica. La piccola torre ai cui piedi si trovava adesso era invece ignorata e vista come un inutile antico rudere. Aveva attraversato il bosco. Il primo atto di coraggio era compiuto. Non bastava e se era vero tutto ciò che aveva sentito non sarebbe bastato più nulla. Ana era persa per sempre, lui era un vile marchiato per la vita.</p>
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