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	<title>Iluavi &#187; Racconti</title>
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	<description>Scritti della Luna Blu</description>
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		<title>Il fiore</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Dec 2010 19:23:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Il cane dalle costole sporgenti guardava il suo padrone da solo dentro al letto ricoperto da cumuli di coperte. Era un bel Dicembre in quel di Milano e la grande stanza da letto gelava. Senza un filo di grasso la povera bestia tremava per il freddo accucciato sul pavimento. Decise quindi di mettersi di nuovo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il cane dalle costole sporgenti guardava il suo padrone da solo dentro al letto ricoperto da cumuli di coperte. Era un bel Dicembre in quel di Milano e la grande stanza da letto gelava. Senza un filo di grasso la povera bestia tremava per il freddo accucciato sul pavimento. Decise quindi di mettersi di nuovo al fianco del suo padrone. Con un balzo trovò un angolo caldo ai piedi dell&#8217;ampio letto. Il suo padrone era molto tollerante e il piccolo animale dormiva insieme a lui. Ma quella notte il suo padrone era rimasto sveglio e si era alzato spesso costringendo il cane a spostarsi di continuo fino a decidere di dormire sulla fredda mattonella.</p>
<p>Era l&#8217;alba, l&#8217;ora peggiore. Tra poco Arturo si sarebbe alzato definitivamente e gli avrebbe dato le sue trenta crocchette quotidiane. Le contava ogni mattina dall&#8217;enorme bustone comprato all&#8217;ingrosso tanto tempo fa. Gli voleva bene Arturo al suo piccolo cane, non risparmiava coccole e affetto. Lo portava quattro volte al giorno fuori e ogni sera riempiva di acqua fresca, presa dalla fontanella del cortile dell&#8217;antico e nobile palazzo, la sua ciotola. O meglio la vaschetta di plastica per il bucato che il cane aveva ricevuto come ciotola il giorno del loro fortuito incontro alcuni anni prima.</p>
<p>Arturo era un ragazzo ricco, di ottima famiglia. Laureato in legge faceva l&#8217;avvocato presso uno studio di grosso prestigio. Figlio unico era un quarantacinquenne scapolo e viveva da solo nell&#8217;enorme appartamento ereditato. I genitori si erano spenti molti anni prima, poco dopo la sua laurea. Usava 3 delle 9 stanze della sua casa: la camera da letto, un bagno e la cucina. Il resto delle camere le visitava, un pò per abitudine, un pò per verificare che nulla fosse mutato, la domenica mattina. Teneva tutti i mobili coperti con vecchie lenzuola bianche del corredo che una volta usava la servitù dei suoi nonni e dei suoi genitori.</p>
<p>Quando morì la madre l&#8217;ultima domestica se ne tornò al suo paese in Calabria. Arturo decise che fino a quando non avesse trovato un&#8217;anima gemella da sposare non aveva senso avere una persona di servizio e neppure usare tutte quelle stanze. Erano oltre venti anni ormai che nessun&#8217;altro metteva piede in quella casa.</p>
<p>Preciso, pignolo, lavoratore instancabile, Arturo vinceva molte cause ed era una grande risorsa per la De Nollis e associati. Le sue giornate erano quasi sempre uguali. Si svegliava alle prime luci dell&#8217;alba. Il mattino ha l&#8217;oro in bocca amava ripetere, come gli aveva insegnato il nonno. Faceva fare il giro a Ugo, il suo fedele cagnolino, gli dava da mangiare e poi scendeva per la colazione.  Amava fare colazione ad un Bar sotto casa. La padrona era una lontana parente che non era però felice come lui di quegli incontri. Beveva un cappuccino caldo e prendeva un croissant tutte le mattine. Qualche volta pagava anche. Dopo si dirigeva all&#8217;ufficio a passo spedito. Era sempre il primo la mattina e affrontava tutti i documenti più difficili studiando le cause più ardue in quelle ore di pace in cui il telefono non squillava. Lavorava sulla scrivania del bisnonno, anche lui noto avvocato amministratore di fortune di vecchie famiglie nobili, che Arturo aveva fatto portare da due galoppini dello studio il giorno dopo la firma del contratto con la De Nollis.</p>
<p>Smetteva di lavorare in orari variabili secondo le stagioni. L&#8217;inverno, quando le giornate erano corte, andava via verso le cinque. Qualche volta passava in biblioteca comunale a prendere un libro da leggere la sera.  Amava leggere ed era attratto dalla luce arancio dei lampioni della strada.  Abitava in quello che un tempo veniva chiamato il piano nobile: un primo piano rialzato abbastanza lontano dal suolo, ma con poche scale da salire. Insomma dalla finestra con balcone della sua camera da letto poteva godere della luce di un lampione ed aveva posizionato una poltrona proprio spalle a questa. In realtà alcuni giorni usava anche una luce da terra che aveva collegato, così per gioco a 26 anni diceva, con il cavo elettrico del lampione esterno. Prendeva un pò di corrente che dal suo punto di vista pagava in quanto illuminazione pubblica.</p>
<p>La cena e il pranzo erano pasti frugali che consumava quasi sempre a casa sul tavolo della cucina. Lo studio gli dava dei buoni pasto, ma aveva scoperto che li accettava anche il super mercato. Amava i legumi, in particolare fagioli e lenticchie, e le verdure. La carne solo una volta a settimana e sempre interiora perché gli avevano insegnato fossero più ricche in proteine.  Abitudini sane, amava ripetere, allungano la vita.</p>
<p>Un paio di sere a settimana, prima di coricarsi, faceva una bella doccia fresca per stimolare la circolazione e tenere allenato il cuore. Si asciugava bene e poi andava nel letto in cui metteva e toglieva molti strati di coperte secondo le temperatura esterna. La sua casa era piena di coperte, avevano vissuto in molti lì e aveva un&#8217;eredità di coperte per un&#8217;armata. Le teneva ben conservate, una ad una con il cellofan, per evitare che venissero mangiate dalle tarme o accumulassero troppa polvere.  Con cura ne tirava fuori dall&#8217;armadio delle quantità proporzionali alla temperatura della stanza. 10 gradi, 3 coperte. 7 gradi, 4 coperte. A causa di questa scorta i suoi termosifoni quasi mai venivano messi in funzione.</p>
<p>Qualche volta i compagni di ufficio, almeno i primi anni, lo avevano invitato ad uscire per bere qualcosa insieme e rimorchiare ragazze. Lui sarebbe anche andato, ma non voleva rompere il suo ritmo che gli dava una certa serenità. Usciva solo alle feste di compleanno a bere il bicchiere offerto dal festeggiato e lo faceva solo per buona educazione. Così diceva.</p>
<p>Amava il suo ritmo e sapeva cosa gli procurava fastidio: gli imprevisti. Si ricordava bene la incresciosa sensazione di sudorazione delle mani quando il primo anno gli presentarono la commercialista dello studio. Gli raccontava tutti quei particolari inutili sulle tasse e i movimenti tra banche. Lui si fidava, pensava, non aveva bisogno di quei dettagli. Bastava gli dessero il suo congruo stipendio e si preoccupassero loro del resto. Erano stati pochi i casi in cui lo avevano interpellato, poi dovevano aver capito il suo disinteresse e avevano smesso.  Aveva imparato anche ad evitarne altre di situazioni simili.</p>
<p>Insomma Arturo aveva una vita piuttosto monotona, ma provava una certa soddisfazione nel suo tenere tutto sotto controllo. Un solo problema non aveva risolto in modo netto, un problema chiave che lo rendeva semi schiavo di pensieri osceni. Pensieri che in una qualche maniera sfogava in modo assai antico. Si era dato un ritmo moderato ed aveva per questo stipulato un certo accordo con alcune fornitrici dei necessari servizi dopo accurata selezione. Così gestiva anche quell&#8217;aspetto della sua vita.</p>
<p>Da alcuni anni però era sorta un&#8217;ulteriore complicazione. Era cresciuta la figlia di una signora del terzo piano ed ogni volta che la incrociava in cortile lei gli sorrideva e lui affabilmente rispondeva. Arturo era un ragazzo solare, non risparmiava sorrisi e buone maniere con nessuno, ma quegli incontri avevano effetti collaterali sul suo punto debole. Lo costringevano insomma ad andare a trovare una delle sue conoscenze al di fuori dei tempi scelti. Era una guerra feroce tra istinto e&#8230; abitudini, tra amore e&#8230; moderazione. Ponderatezza direbbe Arturo.</p>
<p>La ragazza del terzo piano era in effetti dotata di fascino discreto e Arturo aveva qualche difetto, ma non era timido. Solo che in qualche modo con lei sentiva una sensazione di pericolo, seppure chiaramente ingiustificato. Lei era abbastanza più giovane e per vivere in quel palazzo di sicuro era di ottima famiglia. Sembrava se non attratta, almeno incuriosita da quel signore dall&#8217;aspetto giovanile che un pò faceva chiaccherare condomini e quartiere. Arturo era allegro, di successo, un pò misterioso, di bell&#8217;aspetto e decise di evitarla. Or dunque cosa mai risveglia di più la malizia di chi viene spesso cercato se non l&#8217;essere una volta tanto evitato? Questi giochi possono essere lunghi, ma prima o dopo si spezzano.</p>
<p>Arturo si accorse che quegli incontri in cortile diventavano frequenti. Spesso quando scendeva con Ugo al tardo pomeriggio per la penultima passeggiata se la trovava di rientro a casa. La salutava e come giocando con il suo cane correva verso la sua porta in cerca di rifugio. Le prime volte l&#8217;aveva scampata, ma per lei fu facile attrarre l&#8217;affamato Ugo con qualche biscottino ed avere così la scusa per scambiare due parole. Arturo evasivo cercava di parlare dell&#8217;animale e di spiegare la sua magrezza con della presenza di razza levriero tra le varie razze che lo componevano. Teneva testa qualche minuto e poi scappava con una scusa.</p>
<p>La ragazza dal canto suo aveva sondato un pò il terreno in quei pomeriggi per poi passare ad un&#8217;atmosfera più intima facendosi incontrare la sera sul tardi, con il cortile ormai chiuso, quando Arturo scendeva per l&#8217;ultima passeggiata di Ugo. Non tutte le sere ovviamente. Voleva tenere il suo strano vicino un pò sulla corda perché sapeva di non essergli indifferente, ma troppo spesso sarebbe diventata per Arturo un&#8217;abitudine gestibile. Andavano centellinati gli incontri. Una volta tutte le due, tre settimane. Cambiando di giorno, per non essere prevedibile.</p>
<p>Certo non poteva limitarsi a passare la sua vita a giocherellare con quella che le sembrava sempre di più una preda bizzarra. Ed in effetti la ragazza del terzo piano aveva anche un fidanzato. Se mentre stava con lui incrociava in cortile o per strada Arturo, lei non mancava di stare ben stretta al fianco del ragazzo scambiando nello stesso tempo un largo sorriso ed uno sguardo di intesa con Arturo che accelerava in direzione opposta in evidente difficoltà. Piccoli trucchi per tenere vivo il suo passatempo.</p>
<p>Dopo oltre un anno di stallo, tornando alla nostra famosa notte di Dicembre, Arturo incontra la ragazza del terzo piano in lacrime sull&#8217;ultimo gradino della scala del palazzo all&#8217;interno del cortile. La sua cortesia non gli permette di andare a casa facendo finta di nulla, passandogli a fianco. Si ferma quindi qualche minuto per dare una parola di conforto e un sorriso di solidarietà alla fanciulla. Lei subito spiega di aver litigato con il ragazzo e di non voler salire a casa per evitare le domande della madre. Arturo decide di non avere scelta e di doversi fermare a farle compagnia per un pò di tempo. Finisce per passare con lei qualche ora. Restano seduti uno vicino all&#8217;altra, con le gambe che si sfiorano. Dopo un pò di frasi consolatorie e di circostanza la loro complicità ha la meglio ed iniziano a ridere insieme di alcuni strani vicini, del loro portiere non troppo sveglio e della magrezza del povero Ugo. Sul tardi è dura per entrambi tornare alle proprie case, ma il signor Landi del quinto piano entra dal portone, in stato chiaramente alticcio e i due scattano in piedi come scoperti in flagrante delitto. Si salutano con un rapido sorriso e si ritirano.</p>
<p>Arturo è però sconvolto. Sa che con questa confidenza ha superato il confine stabilito ed è combattuto tra la forte attrazione ed una forza interna che lo fa stare lontano da queste situazione. Lui la chiama&#8230; Saggezza. Passa la peggiore notte della sua vita. Non può dormire, cammina in lungo e in largo ed Ugo, per tutto questo agitarsi è appunto costretto a dormire in terra.  All&#8217;alba è ancora preso dai pensieri, tanto che versa due pugni di crocchette al cane senza contarle e sforando sicuramente di diverse unità la porzione quotidiana.</p>
<p>Arturo non sa bene cosa fare. Va a lavoro in stato confusionale tra il sonno e l&#8217;agitazione. Decide di andare via presto.  Annulla gli appuntamenti del pomeriggio e inizia una lunga passeggiata.</p>
<p>Verso le sei decide che è necessario parlare con lei e vuole invitarla ad uscire insieme quella sera stessa. Per presentarsi alla porta pensa quindi di dover portare dei fiori. Quelli dell&#8217;aiuola comunale in genere sono molto belli. No, troppo incivile. Decide di andare a comprarli. Entra dentro la serra di un grosso fioraio in via Battisti e gira nervosamente tra bouquet composti e mazzi assortiti. Quando il commesso si offre di aiutarlo sorride, dice di voler guardare e continua a girarsi intorno. Passa oltre un&#8217;ora.  Alla fine il commesso inizia ad essere nervoso. E a lanciargli occhiate sospette.  Sentendosi alle strette Arturo prende un fiore da uno dei mazzi e con voce rauca chiede quant&#8217;è. Il fioraio preso alla sprovvista dice che il fiore non si vende da solo. Arturo insiste. Suda, soffre. Per alcuni attimi i due si osservano in silenzio. La tensione sale nell&#8217;imbarazzato silenzio, poi dolcemente Arturo ripone il fiore nel mazzo da cui lo aveva preso. Si gira verso il fioraio, gli sorride e gli dice: &#8220;mi deve perdonare è che non so scegliere, vorrei proprio comprarli tutti.  Adesso mi deve scusare, ma il mio cane mi aspetta.&#8221;</p>
<p>Arturo torna a casa alleggerito nell&#8217;animo. La saggezza ha sconfitto l&#8217;istinto. Non è felice, ma tutto è di nuovo sotto controllo. Continuerà a far scendere il suo cane incontrando sempre meno la ragazza del terzo piano. Il tempo la stancherà. Si dovrà arrendere dopo qualche altro mese, accettare di non poter scalare quella montagna. Continueranno a scambiarsi ampi sorrisi ad ogni incrocio. Arturo vivrà i suoi ultimi dieci anni tenendo tutto in perfetto ordine, prima che il cuore gli ceda a 55 anni, come a suo padre.</p>
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		<title>Richiesta dimissioni</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Jul 2010 14:34:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Richiesta dimissioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Buongiorno. Vorrei dare le dimissioni dal mondo. Il mio non è un suicidio, si figuri. Solo che come in ogni posizione quando uno si sente inadeguato, stufo, desideroso di cambio deve dimettersi. Per onestà verso se stesso e verso il compito datogli. Quindi verso le persone coinvolte. Essendo io stufo, inadeguato e desideroso di cambio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Buongiorno. Vorrei dare le dimissioni dal mondo. Il mio non è un suicidio, si figuri. Solo che come in ogni posizione quando uno si sente inadeguato, stufo, desideroso di cambio deve dimettersi. Per onestà verso se stesso e verso il compito datogli. Quindi verso le persone coinvolte. Essendo io stufo, inadeguato e desideroso di cambio verso il mio generale ruolo nel mondo vorrei dimettermi oggi. Prendetevi un tempo per trovare un sostituto, avete un mese per contratto se non erro. Ma io il mio ruolo qui l’ho esaurito. Non voglio più alzarmi, qualunque ora mi proponete, aspettare di essere davvero sveglio, fare colazione, qualsiasi menu mi offriate. Non voglio più sentire le necessità di andare in bagno e il bisogno di lavarmi. rinuncio anche al piacere che mi dava la doccia le mattine in cui la facevo.</p>
<p>Senta non voglio spiegarle tutto tutto, vorrei solo compilare il modulo e poi cercare un’altra occupazione. Non cerco contratti a tempo indeterminato&#8230; Va bene anche un insetto per un giorno&#8230; Meglio ancora un meteorite che vaga libero nello spazio per qualche secolo. Così passo il mio tempo guardando le stelle e cambio davvero aria. Insomma datemi i documenti e fatemi andare via. Sono proprio stanco. Non crediate sia una decisione presa con leggerezza! Non mi guardi con quell’aria di sufficienza. Insomma! Si faccia gli affari suoi e mi dimetta. Non cambio idea! E’ una decisione seria. Davvero non ne posso più di accendermi come un automa ad un ora e di spegnermi ad un’altra tutti i giorni cercando di scoprire poi cosa sia accaduto mentre dormivo, se i sogni sono pensieri sul futuro o confronti al passato. Non mi incuriosisce più. Voglio cancellare questa abitudine&#8230; I meteoriti dormono? Non credo&#8230;</p>
<p>Comunque non voglio più incrociare sguardi e leggerci pensieri di ansia che non hanno ragione di essere se non per la convinzione di fare parte di qualcosa, quando ogni mattina esco per dirigermi al mio lavoro. Qualunque me ne offriate, anche uno da fare da casa. Non voglio più sentire religiosi di nessun tipo, incapaci di accettare la solitudine del mondo e la casualità del nostro ragionare. Non voglio più l’illusione di un obiettivo o una carriera, di una famiglia e di un futuro. Non voglio nascondermi la realtà e vedendola dritta negli occhi vorrei solo non vederla mai più. Sarà così folle non desiderare il disegno di un senso? Per questo trovo il gravitare nel vuoto dell’universo un’alternativa più onesta al mio modo di vedere. Quello sì è adeguato, vagare senza meta sapendo di non averla senza necessariamente inventarne una. I meteoriti hanno una meta? Lasciamo stare&#8230;</p>
<p>Ma lei realmente non sente il peso tutti i giorni di osservare le persone e sapere che fanno tutte la stessa cosa? Uscire dopo la colazione, o mangiare qualcosa fuori. Recarsi in un luogo di attività spesso sempre lo stesso. Che sia lavoro o vacanza, che sia un servizio o un giro di relax. No! Non ditemi che questo è variare. Non vedo neppure le differenze tra un popolo e l’altro. In estate tutti sulla sabbia, in inverno tutti dentro una casa. Il mare, la montagna, la pianura di campagna e la grande città. Ci si alza, ci si nutre, si lavora qualche volta e si cerca un accoppiamento. Non c’è storia! La varietà non è negli obiettivi basilari. E io di questi mi sono stufato del tutto. Dopo aver riempito la giornata, con senso di soddisfazione o tristezza in fondo all’anima, si torna a dormire in un ricominciare. Domani sarà un altro giorno, ma non sono curioso di vederlo! Mica le meteoriti hanno una routine!</p>
<p>Ripetiamo senza tregua un rito, che tu sia Re o vassallo, che tu sia presidente o cittadino, che tu sia nell’est o nell’Ovest, nel Nord o nel Sud. Seguiamo l’istinto e temiamo la fine. Io non ho più paura! In realtà vivere non mi dispiacerebbe troppo, solo voglio una mansione diversa dall’uomo. Meglio se non ha nulla a che vedere con lui! Sapete essere magari mangiato da un leone in caccia, se per esempio mi date il ruolo di gazzella, o succhiato lentamente da una pianta carnivora su cui mi potrei appoggiare se mi ritrovo nel ruolo di mosca, lo accetterei. Però torturato da un bambino o da chi cerca di capirmi di più su un banco di laboratorio mi da i brividi. Se posso scelgo lontano dall’uomo, ma sono pronto a rischiare se mi garantite un cambio. Poi magari mi pento e voglio tornare, ma la vita è rischiare e io della staticità prevedibile dei miei giorni ne ho piene le tasche! La annoio vero?</p>
<p>Non voglio scocciarla ulteriormente, mi dia la lista delle carte necessarie e io me le procurerò. Non pianga! Non balbetti cose incomprensibili. Come dice? Ma no! Eppure credevo&#8230; Ma insomma poteva dirmelo prima che lei non è la persona preposta a tale compito! Va bene arrivederci, cercherò l’ufficio giusto. Mi scusi che l’ho tediata a vuoto, ero pronto a convincerla. L’ho convinta? E’ sempre così&#8230; Ma lo troverò! non mi scoraggerò. Tutto ha sempre le stesse regole e anche le dimissioni dal mondo non fanno eccezione. E’ solo una questione di individuare la corretta trafila. Poi appena la scopro gliela passo. Arrivederci.</p>
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		<title>Cavallo vapore</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 15:57:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cavallo Vapore]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Animali]]></category>
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		<description><![CDATA[Un cavallo dalla pancia ben rotonda, la testa troppo grossa e il pelo nero scuro così lungo che la mano affondava sparendo del tutto quando lo accarezzavi, brucava tiepidamente disinteressato del mondo sul ciglio di una collina in prossimità di un binario di provincia in un giorno sereno. Mentre masticava l&#8217;erba riflettendo che il contesto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un cavallo dalla pancia ben rotonda, la testa troppo grossa e il pelo nero scuro così lungo che la mano affondava sparendo del tutto quando lo accarezzavi, brucava tiepidamente disinteressato del mondo sul ciglio di una collina in prossimità di un binario di provincia in un giorno sereno. </p>
<p>Mentre masticava l&#8217;erba riflettendo che il contesto di certezza equivale dal punto di vista stocastico ad una ipotesi di distribuzione gaussiana, un vecchio locomotore scuro di sporcizia, senza vagoni al seguito, faticosamente risaliva la china da un lato del colle senza riflettere in nessuna sua parte la luce del sole. </p>
<p>Nero per nero fa nero al quadrato pensò il cavallo mentre scettico osservava lo sforzo della locomotiva che a fatica aveva quasi raggiunto il culmine per potersi poi lanciare in una riposante discesa. Ad un paio di metri dall&#8217;obiettivo però il vecchio mezzo, che sicuro con onore aveva servito le ferrovie, ora rallentava quasi al punto di fermarsi. Gli mancava un briciolo di potenza per l&#8217;ultimo strappo. </p>
<p>Con uno sbuffo l&#8217;equino, infastidito nei suoi non pensieri, trotterellò senza esagerare nella velocità verso l&#8217;ammasso di ferro che iniziava a puzzare di troppo bruciato. Si mise dietro e appoggiò la solida fronte al retro della motrice per poi spingere delicatamente fino a darle lo slancio finale per vincere quella difficile sfida.</p>
<p>Osservando la locomotiva ridiscendere l&#8217;altro lato della collina e allontanarsi dal suo sguardo rilanciò la testa nell&#8217;erba e strappando alcuni fili si sorprese di non essere stato ringraziato per il suo contributo di potenza… Scosse il garrese e riprese a mangiare.</p>
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		<title>Lo scoglio e l&#8217;onda</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jul 2009 22:51:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lo scoglio e l'onda]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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		<category><![CDATA[onde]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando uno è scoglio come me, ne vede tante, tutti i giorni, per molti mesi e anni, spesse volte secoli. Certo mi erodo e invecchio, mi disgrego e assottiglio. Ma sono scoglio, simbolo di durezza, guardiano di frontiera tra terra e mare. E vi voglio raccontare la mia storia con un&#8217;onda molto speciale. E&#8217; vero. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando uno è scoglio come me, ne vede tante, tutti i giorni, per molti mesi e anni, spesse volte secoli. Certo mi erodo e invecchio, mi disgrego e assottiglio. Ma sono scoglio, simbolo di durezza, guardiano di frontiera tra terra e mare. E vi voglio raccontare la mia storia con un&#8217;onda molto speciale.</p>
<p>E&#8217; vero. Acqua e terra sono un tutt&#8217;uno in ogni dove, ma una certa distinzione tra terre emerse e mare è evidente a tutti. E noi scogli siamo spesso controllori delle frontiere più burrascose. Io in particolare sono qui, alla base di queste frastagliate scogliere irlandesi, un&#8217;alta parete ai confini con l&#8217;atlantico. Su di me tutto il giorno si schiantano centinaia di onde. Onde grandi, onde medie, onde lunghe nel mare di fondo, onde piccole piccole. Alcune con forza e arroganza pensano di intimidirmi spaccandosi su di me in un forte schiaffo; altre dolcemente si posano in una carezza sulla mia superficie. Io le respingo tutte senza eccezioni con ferma cortesia o solida resistenza. Anche se una volta non avrei voluto&#8230; Ma andiamo con ordine.</p>
<p>Il mare non è cattivo però ogni tanto vorrebbe più spazio oppure si lascia coinvolgere in vivaci giochi con le amiche tempeste. Per noi scogli non c&#8217;è da aver paura. Anche nei momenti peggiori esistiamo. Se ci spezziamo diventiamo semplicemente due scogli più piccoli; se finiamo per sempre sotto al livello del mare continuiamo a vivere e ad essere parte di un confine in senso più lato. La pietra non muore mai. Non abbiamo anima e non rischiamo di perderla. Però uno spirito sì che ce lo abbiamo. E qualche volta si comporta in modo strano, non si lascia gestire, ci da un pò di imprevedibilità. Maledetto spirito! A volte così beffardo. A causa sua sono qui a raccontare questa vecchia storia, sempre la stessa, a tutti quelli che incontro.</p>
<p>La racconto perché non mi resta che questa memoria come unica via per rivivere quei secondi profondi incisi per sempre nelle mie venature. Sono ormai secoli. Non so quanti ne ho, ma sono molti. Ne è passata di acqua su di me. E ormai non mi da nessuna sensazione. Ma c&#8217;è stata un&#8217;eccezione. Me la ricordo bene e ricordo quell&#8217;incontro così crudelmente veloce. Avrei voluto sciogliermi in lei. La cerco ancora, in ogni altra onda, in ogni giorno che passa.</p>
<p>Quando ci incontrammo era un giorno di tempesta furibonda. La pioggia scrosciava violenta pizzicando la terra, gli alberi e i massi. Le gocce, grosse e veloci, bucavano l&#8217;acqua del mare. Il cielo basso e grigio scuro nascondeva ogni orizzonte ed il sole se ne stava ben nascosto e buio dietro molti strati di nubi. La luce era data principalmente dai fulmini accompagnati poco dopo da roboanti tuoni.</p>
<p>Quel giorno il temporale durava già da ore e la lotta con il mare era estenuante. Iniziavo ad essere come stanco dell&#8217;urto continuo delle onde inviate a scalare la parete sopra di me. Si gonfiavano con il loro fare peggiore, prendevano una lunga rincorsa poi si arrotolavano spumose, si caricavano della forza del tempo e dell&#8217;impeto del vento. Alla fine ci colpivano, me e i miei compagni scogli, infrangendosi in un colpo durissimo, pieno anche dei detriti recuperati dal fondo del mare. Una vera battaglia.</p>
<p>Nel bel mezzo della pugna la vidi. La differenza fu subito evidente. Mentre la tempesta sfoggiava il massimo vigore ad un certo punto lei, un&#8217;onda diversa da tutte, lentamente prese a crescere solo in apparenza come le altre. Arrivata al suo culmine, gonfia di acqua e pronta a lanciarsi contro di me esitò. Ci osservammo alcuni lunghissimi momenti e ci intendemmo all&#8217;istante. Lei frenò la sua furia e resistette ancora qualche secondo alla spinta fortissima delle sue sorelle. Poi fu costretta ad iniziare la sua discesa, ma a modo suo: formò un arco a mezz&#8217;aria di un&#8217;eleganza fuori dal comune, si allungò in cielo molto al di sopra di tutte le altre. I detriti più grossi scivolavano nella sua parte bassa e poi precipitavano nel fondo del mare. Lei era bellissima e così allungata era diventata trasparente, non più scura e minacciosa. Il cielo lasciò d&#8217;improvviso un piccolissimo spiraglio ed un raggio di sole attraversò le nuvole e la illuminò mentre piano iniziava la sua discesa su di me.</p>
<p>Prima di cadermi addosso mi coprì in una cupola d&#8217;acqua che brillava per l&#8217;improvvisa luce. Per un attimo impedì alla pioggia di colpirmi.  Infine calò inevitabilmente su di me stringendomi dolcemente nei suoi flutti che sentii tiepidi. Non una pietra cozzò contro di me. Il mio spirito percepì un gran senso di pace e di calma come mai prima e come mai più in futuro. Ascoltai le sue gocce scivolarmi sulle pareti fino all&#8217;ultima. Poi si rimescolò al mare che la risucchiò a se. Sparì per sempre. La tempesta continuò ancora parecchie ore ed io speravo di rivederla, speravo riuscisse a riformarsi per tornare a blandire la mia solida scorza. Ma nulla più accadde.</p>
<p>Ora lo racconto per non dimenticare nessun particolare. Ma non ho rinunciato a sperare. Sempre aspetto con ansia le tempeste e appena iniziano sono lì ad attenderla. Ogni onda potrebbe essere lei.</p>
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		<title>L&#8217;ultimo racconto</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Jun 2009 11:53:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simone</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'ultimo racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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		<description><![CDATA[Volevo scrivere l&#8217;ultimo racconto, chiudere questa rassegna. E invece ho fallito e sono qui a coprire un buco fra i tanti al posto di mettere un paletto al confine, segnare il limite. Un gioco stupido, un viaggio breve, un divertimento insensato, una meta insignificante. Volevo mettere la parola fine al concorso e la parola inizio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Volevo scrivere l&#8217;ultimo racconto, chiudere questa rassegna. E invece ho fallito e sono qui a coprire un buco fra i tanti al posto di mettere un paletto al confine, segnare il limite. Un gioco stupido, un viaggio breve, un divertimento insensato, una meta insignificante.</p>
<p>Volevo mettere la parola fine al concorso e la parola inizio alla mia ispirazione, per mietere il grano e sconvolgere la mia natura. Da domani affronto una violenta settimana di di sfide. Ceco anche lì il mio nuovo limite ultimo. Anche lì è un gioco stupido, un viaggio breve, un divertimento insensato, una meta insignificante. Però quello è lavoro&#8230; E&#8217; visto e pagato come tale, trova dignità e riconoscimento sociale. E&#8217; lavoro! Produzione! Partecipazione al sistema mondo come un mio scritto non è!</p>
<p>Quindi nello scrivere posso fallire, ma nel lavoro no. Lì devo vincere. Questo sarà comunque l&#8217;ultimo racconto. Se non del concorso&#8230; Sicuro del mese. Perché sfido chiunque a dire che ha finito il suo racconto alle 23 e 59 del 31 maggio 2009, così come io ho fatto. Ho segnato il confine. L&#8217;ho fatto solo io! Di me sentirete parlare nella storia, verrà ricordato negli annali il mio risultato. Non da parenti per un paio di generazioni, ma nei secoli per le mie gesta il mio nome sarà sulla bocca degli esseri umani. O qualcosa del genere. Sono l&#8217;unico che ha scritto l&#8217;ultimo racconto del mese di maggio di questo insulso anno.</p>
<p>Seguite ordunque questa penna dove dirige gli inchiostri che adesso lo inizia e lo finisce.</p>
<p>Era una città oscura dove le luci di strada non invadevano la stanza in cui un uomo scrisse in meno di 8 minuti il suo ultimo racconto allo scpo unico di sfidare se stesso. Otto minuti per produrre l&#8217;opera che sarà qualunque essa sia. E nell&#8217;ansia di scriverla in fretta e di non perdere anche con se stesso, iniziò a trasformarla nel resoconto di quei minuti. Terminati che furono gli ultimi secondi, abbandonò l&#8217;ignaro corpo di testi produttore, si reinfilò le corna e il campanaccio al collo. Tornò nei prati a brucare l&#8217;erba come tutti i giorni, a masticare insieme alle altre mucche perché doveva produrre il latte.</p>
<p>Fine.</p>
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