Il fiore

December 9, 2010 on 9:23 pm | Scritto da nella sezione Racconti | No Comments

Il cane dalle costole sporgenti guardava il suo padrone da solo dentro al letto ricoperto da cumuli di coperte. Era un bel Dicembre in quel di Milano e la grande stanza da letto gelava. Senza un filo di grasso la povera bestia tremava per il freddo accucciato sul pavimento. Decise quindi di mettersi di nuovo al fianco del suo padrone. Con un balzo trovò un angolo caldo ai piedi dell’ampio letto. Il suo padrone era molto tollerante e il piccolo animale dormiva insieme a lui. Ma quella notte il suo padrone era rimasto sveglio e si era alzato spesso costringendo il cane a spostarsi di continuo fino a decidere di dormire sulla fredda mattonella.

Era l’alba, l’ora peggiore. Tra poco Arturo si sarebbe alzato definitivamente e gli avrebbe dato le sue trenta crocchette quotidiane. Le contava ogni mattina dall’enorme bustone comprato all’ingrosso tanto tempo fa. Gli voleva bene Arturo al suo piccolo cane, non risparmiava coccole e affetto. Lo portava quattro volte al giorno fuori e ogni sera riempiva di acqua fresca, presa dalla fontanella del cortile dell’antico e nobile palazzo, la sua ciotola. O meglio la vaschetta di plastica per il bucato che il cane aveva ricevuto come ciotola il giorno del loro fortuito incontro alcuni anni prima.

Arturo era un ragazzo ricco, di ottima famiglia. Laureato in legge faceva l’avvocato presso uno studio di grosso prestigio. Figlio unico era un quarantacinquenne scapolo e viveva da solo nell’enorme appartamento ereditato. I genitori si erano spenti molti anni prima, poco dopo la sua laurea. Usava 3 delle 9 stanze della sua casa: la camera da letto, un bagno e la cucina. Il resto delle camere le visitava, un pò per abitudine, un pò per verificare che nulla fosse mutato, la domenica mattina. Teneva tutti i mobili coperti con vecchie lenzuola bianche del corredo che una volta usava la servitù dei suoi nonni e dei suoi genitori.

Quando morì la madre l’ultima domestica se ne tornò al suo paese in Calabria. Arturo decise che fino a quando non avesse trovato un’anima gemella da sposare non aveva senso avere una persona di servizio e neppure usare tutte quelle stanze. Erano oltre venti anni ormai che nessun’altro metteva piede in quella casa.

Preciso, pignolo, lavoratore instancabile, Arturo vinceva molte cause ed era una grande risorsa per la De Nollis e associati. Le sue giornate erano quasi sempre uguali. Si svegliava alle prime luci dell’alba. Il mattino ha l’oro in bocca amava ripetere, come gli aveva insegnato il nonno. Faceva fare il giro a Ugo, il suo fedele cagnolino, gli dava da mangiare e poi scendeva per la colazione. Amava fare colazione ad un Bar sotto casa. La padrona era una lontana parente che non era però felice come lui di quegli incontri. Beveva un cappuccino caldo e prendeva un croissant tutte le mattine. Qualche volta pagava anche. Dopo si dirigeva all’ufficio a passo spedito. Era sempre il primo la mattina e affrontava tutti i documenti più difficili studiando le cause più ardue in quelle ore di pace in cui il telefono non squillava. Lavorava sulla scrivania del bisnonno, anche lui noto avvocato amministratore di fortune di vecchie famiglie nobili, che Arturo aveva fatto portare da due galoppini dello studio il giorno dopo la firma del contratto con la De Nollis.

Smetteva di lavorare in orari variabili secondo le stagioni. L’inverno, quando le giornate erano corte, andava via verso le cinque. Qualche volta passava in biblioteca comunale a prendere un libro da leggere la sera. Amava leggere ed era attratto dalla luce arancio dei lampioni della strada. Abitava in quello che un tempo veniva chiamato il piano nobile: un primo piano rialzato abbastanza lontano dal suolo, ma con poche scale da salire. Insomma dalla finestra con balcone della sua camera da letto poteva godere della luce di un lampione ed aveva posizionato una poltrona proprio spalle a questa. In realtà alcuni giorni usava anche una luce da terra che aveva collegato, così per gioco a 26 anni diceva, con il cavo elettrico del lampione esterno. Prendeva un pò di corrente che dal suo punto di vista pagava in quanto illuminazione pubblica.

La cena e il pranzo erano pasti frugali che consumava quasi sempre a casa sul tavolo della cucina. Lo studio gli dava dei buoni pasto, ma aveva scoperto che li accettava anche il super mercato. Amava i legumi, in particolare fagioli e lenticchie, e le verdure. La carne solo una volta a settimana e sempre interiora perché gli avevano insegnato fossero più ricche in proteine. Abitudini sane, amava ripetere, allungano la vita.

Un paio di sere a settimana, prima di coricarsi, faceva una bella doccia fresca per stimolare la circolazione e tenere allenato il cuore. Si asciugava bene e poi andava nel letto in cui metteva e toglieva molti strati di coperte secondo le temperatura esterna. La sua casa era piena di coperte, avevano vissuto in molti lì e aveva un’eredità di coperte per un’armata. Le teneva ben conservate, una ad una con il cellofan, per evitare che venissero mangiate dalle tarme o accumulassero troppa polvere. Con cura ne tirava fuori dall’armadio delle quantità proporzionali alla temperatura della stanza. 10 gradi, 3 coperte. 7 gradi, 4 coperte. A causa di questa scorta i suoi termosifoni quasi mai venivano messi in funzione.

Qualche volta i compagni di ufficio, almeno i primi anni, lo avevano invitato ad uscire per bere qualcosa insieme e rimorchiare ragazze. Lui sarebbe anche andato, ma non voleva rompere il suo ritmo che gli dava una certa serenità. Usciva solo alle feste di compleanno a bere il bicchiere offerto dal festeggiato e lo faceva solo per buona educazione. Così diceva.

Amava il suo ritmo e sapeva cosa gli procurava fastidio: gli imprevisti. Si ricordava bene la incresciosa sensazione di sudorazione delle mani quando il primo anno gli presentarono la commercialista dello studio. Gli raccontava tutti quei particolari inutili sulle tasse e i movimenti tra banche. Lui si fidava, pensava, non aveva bisogno di quei dettagli. Bastava gli dessero il suo congruo stipendio e si preoccupassero loro del resto. Erano stati pochi i casi in cui lo avevano interpellato, poi dovevano aver capito il suo disinteresse e avevano smesso. Aveva imparato anche ad evitarne altre di situazioni simili.

Insomma Arturo aveva una vita piuttosto monotona, ma provava una certa soddisfazione nel suo tenere tutto sotto controllo. Un solo problema non aveva risolto in modo netto, un problema chiave che lo rendeva semi schiavo di pensieri osceni. Pensieri che in una qualche maniera sfogava in modo assai antico. Si era dato un ritmo moderato ed aveva per questo stipulato un certo accordo con alcune fornitrici dei necessari servizi dopo accurata selezione. Così gestiva anche quell’aspetto della sua vita.

Da alcuni anni però era sorta un’ulteriore complicazione. Era cresciuta la figlia di una signora del terzo piano ed ogni volta che la incrociava in cortile lei gli sorrideva e lui affabilmente rispondeva. Arturo era un ragazzo solare, non risparmiava sorrisi e buone maniere con nessuno, ma quegli incontri avevano effetti collaterali sul suo punto debole. Lo costringevano insomma ad andare a trovare una delle sue conoscenze al di fuori dei tempi scelti. Era una guerra feroce tra istinto e… abitudini, tra amore e… moderazione. Ponderatezza direbbe Arturo.

La ragazza del terzo piano era in effetti dotata di fascino discreto e Arturo aveva qualche difetto, ma non era timido. Solo che in qualche modo con lei sentiva una sensazione di pericolo, seppure chiaramente ingiustificato. Lei era abbastanza più giovane e per vivere in quel palazzo di sicuro era di ottima famiglia. Sembrava se non attratta, almeno incuriosita da quel signore dall’aspetto giovanile che un pò faceva chiaccherare condomini e quartiere. Arturo era allegro, di successo, un pò misterioso, di bell’aspetto e decise di evitarla. Or dunque cosa mai risveglia di più la malizia di chi viene spesso cercato se non l’essere una volta tanto evitato? Questi giochi possono essere lunghi, ma prima o dopo si spezzano.

Arturo si accorse che quegli incontri in cortile diventavano frequenti. Spesso quando scendeva con Ugo al tardo pomeriggio per la penultima passeggiata se la trovava di rientro a casa. La salutava e come giocando con il suo cane correva verso la sua porta in cerca di rifugio. Le prime volte l’aveva scampata, ma per lei fu facile attrarre l’affamato Ugo con qualche biscottino ed avere così la scusa per scambiare due parole. Arturo evasivo cercava di parlare dell’animale e di spiegare la sua magrezza con della presenza di razza levriero tra le varie razze che lo componevano. Teneva testa qualche minuto e poi scappava con una scusa.

La ragazza dal canto suo aveva sondato un pò il terreno in quei pomeriggi per poi passare ad un’atmosfera più intima facendosi incontrare la sera sul tardi, con il cortile ormai chiuso, quando Arturo scendeva per l’ultima passeggiata di Ugo. Non tutte le sere ovviamente. Voleva tenere il suo strano vicino un pò sulla corda perché sapeva di non essergli indifferente, ma troppo spesso sarebbe diventata per Arturo un’abitudine gestibile. Andavano centellinati gli incontri. Una volta tutte le due, tre settimane. Cambiando di giorno, per non essere prevedibile.

Certo non poteva limitarsi a passare la sua vita a giocherellare con quella che le sembrava sempre di più una preda bizzarra. Ed in effetti la ragazza del terzo piano aveva anche un fidanzato. Se mentre stava con lui incrociava in cortile o per strada Arturo, lei non mancava di stare ben stretta al fianco del ragazzo scambiando nello stesso tempo un largo sorriso ed uno sguardo di intesa con Arturo che accelerava in direzione opposta in evidente difficoltà. Piccoli trucchi per tenere vivo il suo passatempo.

Dopo oltre un anno di stallo, tornando alla nostra famosa notte di Dicembre, Arturo incontra la ragazza del terzo piano in lacrime sull’ultimo gradino della scala del palazzo all’interno del cortile. La sua cortesia non gli permette di andare a casa facendo finta di nulla, passandogli a fianco. Si ferma quindi qualche minuto per dare una parola di conforto e un sorriso di solidarietà alla fanciulla. Lei subito spiega di aver litigato con il ragazzo e di non voler salire a casa per evitare le domande della madre. Arturo decide di non avere scelta e di doversi fermare a farle compagnia per un pò di tempo. Finisce per passare con lei qualche ora. Restano seduti uno vicino all’altra, con le gambe che si sfiorano. Dopo un pò di frasi consolatorie e di circostanza la loro complicità ha la meglio ed iniziano a ridere insieme di alcuni strani vicini, del loro portiere non troppo sveglio e della magrezza del povero Ugo. Sul tardi è dura per entrambi tornare alle proprie case, ma il signor Landi del quinto piano entra dal portone, in stato chiaramente alticcio e i due scattano in piedi come scoperti in flagrante delitto. Si salutano con un rapido sorriso e si ritirano.

Arturo è però sconvolto. Sa che con questa confidenza ha superato il confine stabilito ed è combattuto tra la forte attrazione ed una forza interna che lo fa stare lontano da queste situazione. Lui la chiama… Saggezza. Passa la peggiore notte della sua vita. Non può dormire, cammina in lungo e in largo ed Ugo, per tutto questo agitarsi è appunto costretto a dormire in terra. All’alba è ancora preso dai pensieri, tanto che versa due pugni di crocchette al cane senza contarle e sforando sicuramente di diverse unità la porzione quotidiana.

Arturo non sa bene cosa fare. Va a lavoro in stato confusionale tra il sonno e l’agitazione. Decide di andare via presto. Annulla gli appuntamenti del pomeriggio e inizia una lunga passeggiata.

Verso le sei decide che è necessario parlare con lei e vuole invitarla ad uscire insieme quella sera stessa. Per presentarsi alla porta pensa quindi di dover portare dei fiori. Quelli dell’aiuola comunale in genere sono molto belli. No, troppo incivile. Decide di andare a comprarli. Entra dentro la serra di un grosso fioraio in via Battisti e gira nervosamente tra bouquet composti e mazzi assortiti. Quando il commesso si offre di aiutarlo sorride, dice di voler guardare e continua a girarsi intorno. Passa oltre un’ora. Alla fine il commesso inizia ad essere nervoso. E a lanciargli occhiate sospette. Sentendosi alle strette Arturo prende un fiore da uno dei mazzi e con voce rauca chiede quant’è. Il fioraio preso alla sprovvista dice che il fiore non si vende da solo. Arturo insiste. Suda, soffre. Per alcuni attimi i due si osservano in silenzio. La tensione sale nell’imbarazzato silenzio, poi dolcemente Arturo ripone il fiore nel mazzo da cui lo aveva preso. Si gira verso il fioraio, gli sorride e gli dice: “mi deve perdonare è che non so scegliere, vorrei proprio comprarli tutti. Adesso mi deve scusare, ma il mio cane mi aspetta.”

Arturo torna a casa alleggerito nell’animo. La saggezza ha sconfitto l’istinto. Non è felice, ma tutto è di nuovo sotto controllo. Continuerà a far scendere il suo cane incontrando sempre meno la ragazza del terzo piano. Il tempo la stancherà. Si dovrà arrendere dopo qualche altro mese, accettare di non poter scalare quella montagna. Continueranno a scambiarsi ampi sorrisi ad ogni incrocio. Arturo vivrà i suoi ultimi dieci anni tenendo tutto in perfetto ordine, prima che il cuore gli ceda a 55 anni, come a suo padre.

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